Informazioni su laPitta

La Pitta è una dritta con i capelli a spaghetto lunghi come un vialetto. Potrebbe raccontare a tutti che da più di dieci anni lavora per la pubblicità, potrebbe dire che ha visto l’uomo atterrare sulla luna e che ha passato più di cinquemila minuti a guardare ogni genere di film con grande passione. Già, potrebbe. Ma la Pitta è troppo modesta. Alla Pitta piace: arrivare sempre alla fine di un libro, leggere i titoli di coda fino a quando non si accendono le luci in sala, bere tè appena sveglia, segnarsi i titoli delle canzoni da sentire almeno una volta nella vita, ascoltare i discorsi che le persone fanno quando sono al ristorante e “Il favoloso mondo di Amélie”, ma questo l’avevate già capito.

La vita ai tempi dell’Acea.

I buoni propositi della domenica: domani mattina dalle 9 alle 13 lavoro a quella newsletter che devo progettare, che il 9 maggio scadono i termini di consegna: c’è tempo, ma perché lavorare in affanno se posso organizzarmi per farlo con tranquillità?
Nel pomeriggio non potrò stare davanti al Mac, almeno non perderò una giornata di lavoro.

I buoni propositi dell’Acea: lunedì mattina stacchiamo la corrente dalle 8 alle 13.

Cambio di programma: se non posso lavorare magari guardo Mad Man.
(Ah, non posso usare la TV)
Allora magari stiro un po’…
(Che scema, nemmeno il ferro)
Passo l’aspirapolvere…
(Ehm…)
Telefono a mamma…
(Sì, ma dal cellulare… ah, nemmeno il caricabatterie, devo fare attenzione a non consumarne troppa)
Posso ascoltare un po’ di musica…
(L’iPod, sei proprio sicura che sia carico?)
Ho capito, faccio colazione usando l’accendino per accendere il fornello per il bollitore del tè e poi mi metto a leggere un po’.
Un libro vero, anche se il Kindle, almeno lui, l’ho caricato proprio ieri (eureka!), aspettando che l’Acea mi restituisca la corrente al più presto, che di lavarmi con l’acqua fredda (già, anche la caldaia è off) non se ne parla proprio.

Passo e chiudo, sono al 70% di carica.
(64% solo per riuscire ad aprire il blog… mi sto dissolvendo, aiut

Giorno della Memoria.

Citazione

La bella introduzione di Walter Veltroni a Sonderkommando Auschwitz di Shlomo Venezia.

«Ho un’immagine precisa di Shlomo Venezia: l’immagine di un uomo che racconta con fermezza, con precisione, l’inferno che ha visto e toccato, e così facendo restituisce a noi che possiamo soltanto immaginare quell’orrore, cosa ha voluto dire la vita in un campo di sterminio, l’essere considerato meno di un animale, l’essere sopravvissuto grazie al tremendo lavoro in un Sonderkommando di Auschwitz.

L’immagine che ho nella mia mente porta con sé, insieme, affetto e commozione, timore e ammirazione.

L’affetto che provo per lui, per la sua vicenda, per quello che egli ha vissuto e per la forza con la quale ha affrontato una simile prova.

La commozione per la forza umana e civile che Shlomo sa trasmettere ad ogni suo racconto.

Il timore per quanto bassa e orribile può essere la crudeltà dell’uomo sull’uomo.

E, infine, l’ammirazione profonda per la sua decisione di raccontare, per quell’atto stupendo e impagabile con il quale, come egli stesso confessa nelle pagine di questo bel lissimo libro, dopo esser risalito alla luce, dopo un silenzio durato anni, ha trovato il coraggio di parlare della propria esperienza, così come ormai da tempo fa in occasioni pubbliche, nelle scuole, con gli studenti che partecipano ai «Viaggi della memoria» organizzati dal Comune di Roma assieme alla Comunità Ebraica nei campi di sterminio.

Oggi, quando sto bene – scrive -, sento il bisogno di testimoniare, ma è difficile (…) Testimoniare nelle scuole mi procura molte soddisfazioni. Ricevo lettere commoventi da persone che sono state toccate da ciò che racconto. Mi dà conforto sapere che non parlo nel vuoto…

Ecco. Credo che con i suoi racconti, Shlomo vinca il buio e il pericolo che, per tutti gli uomini, questo vuoto rappresenta, trovando nella forza salvifica del ricordo, quel legame con la vita che gli ha permesso di superare tanto orrore e che può permettere a noi, oggi, di non ripetere una simile infamia.

È avvenuto – ha scritto Primo Levi -, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto… occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare degli incantatori, da quelli che dicono belle parole non sostenute da buone ragioni.

La forza del ricordo è una forza benefica e allo stesso tempo disperata.

Una forza che, nell’oceano di dolore che sono stati i Lager (e i Sonderkommandos in particolare), appare l’unica oasi di salvezza per la propria identità umiliata, torturata, negata.

Ma, oggi, per chi sceglie di raccontare, ricordare è anche una prova dura e dolorosa:

( ..) testimoniare rappresenta un enorme sacrificio – scrive Shlomo Venezia – riporta in vita una sofferenza lancinante che non mi lascia mai. Tutto va bene e, d’un tratto, mi sento disperato. Appena provo un po’ di gioia, qualche cosa si blocca dentro; la chiamo la «malattia dei sopravvissuti».

Proprio Primo Levi, con profondità e sensibilità, ha parlato ne I sommersi e i salvati di questa «malattia», ha parlato del diabolico meccanismo che la mostruosità del Lager mette in atto costringendo le vittime ad azioni che procurano loro un senso di colpa, quasi obbligandole ad assumere alcuni connotati dei carnefici.

È il meccanismo perverso che ha ideato i Sonderkommandos, le squadre speciali dove Shlomo era obbligato a lavorare come addetto al forno crematorio: l’esempio più crudele di come si possa distruggere l’umanità del prigioniero attraverso quei compiti orribili che egli descrive nel suo racconto.

Un modo per distruggere gli uomini, per renderli inaccettabili a se stessi, per tentare di trasferire su di loro l’abiezione dell’assassinio degli amici, degli indifesi, dei neonati. Di perdere definitivamente quel senso di innocenza che li distingueva dai carnefici.

Il racconto di Shlomo ci dimostra come, prima ancora di essere il campo della morte, il campo di sterminio sia stato il luogo di un esperimento atroce e orribile, in cui, al di là della vita e della morte, l’uomo si trasforma in non-uomo.

Ma, fortunatamente, ci dimostra anche che questo esperimento può fallire. Shlomo ha pagato un prezzo altissimo, fatto di orrore, di sangue, di dubbi e di interrogativi atroci. Qualcosa che nessuno di noi può minimamente avvicinare nella sua interezza, qualcosa che lacera indelebilmente quella «normalità» che è la condizione essenziale della nostra vita quotidiana: il senso del tempo che scorre, la pacatezza dell’aria o di un paesaggio, il sorriso di una persona, il fresco del vento.

Tutto, dopo un’esperienza come quella di Shlomo Venezia, è rigato, appannato. E ogni panorama, ogni campo, si trasforma sempre nel buio in cui è stato costretto a calarsi:

Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia. Qualunque cosa veda (..) Non ho più avuto una vita normale…

Eppure, Shlomo ha saputo uscire da questo incubo trasformando il suo dolore in una forza che ci trasmette affinché noi possiamo difendere quell’innocenza e quella normalità che gli sono state strappate. La trasmette a noi ogni volta che, come con questo libro, ripercorre il suo cammino tra i campi di sangue.

Leggendo il suo racconto, allora, sarà possibile sentire il coraggio civile di chi testimonia con una fermezza fatta, insieme, di tenerezza e di grande senso morale, di qua lità riassunte nel secco, stupendo incipit di questa sua lunga narrazione:

Mi chiamo Shlomo Venezia. Sono nato a Salonicco, in Grecia, il 29 dicembre 1923. La mia famiglia dovette abbandonare la Spagna al momento dell’espulsione degli ebrei nel XV secolo…

C’è un prima e un dopo in questo libro. Due confini precisi che si allargano alla storia di quello che siamo e siamo stati, e che un uomo, grazie a queste pagine, ci pone di fronte, affermando con precisione, con meravigliosa tenacia, il proprio essere, il proprio nome, la propria cultura, il proprio credo, tutto quanto egli ancora e più di prima oggi «è». Tutto quanto ha resistito e deve resistere affinché la sua speranza e quella di tutti noi possano continuare ad essere vive.»

[Walter Veltroni]

 

Oh, ciao.

Durante le vacanze di Natale si parlava di te, del tuo essere stato uno scout così diverso da tutti noi, al punto che con Francesca ci chiedevamo come fossi capitato là in mezzo, anche se non era stato un caso, perché lo eri stato molto più a lungo di me e da prima di me.
Ricordavamo, noi tre, io Francesca e Silvia, il tuo sorriso e il tuo saluto quasi sempre stupito, quel ‘Oh, ciao’, che sembrava accorgersi all’improvviso di noi e di quello che avevi intorno.
E poi, le tante cene a casa nostra, le tante frittate mangiate a casa tua, i giri senza meta per il quartiere a chiacchierare, le birre a San Lorenzo, quel breve lungo periodo della mia vita in cui sei stato sempre presente, al punto che quando io e Francesca abbiamo chiesto a mamma “Te lo ricordi Marco G.?’, lei ha risposto subito, senza esitazione, ‘Me lo ricordo sì, era sempre a cena a casa nostra!’.
E poi, all’improvviso, un giorno di gennaio non ci sei più.

Sei nella parte bella dei miei ricordi, insieme ai miei diciassette anni e alla più bella scatola di pennarelli che nessuno mi abbia mai regalato.
Sei e sarai per sempre nel mio cuore, un pezzetto te l’eri già rubato allora, e già mi manchi.

«Remember when you were young, you shone like the sun.
Shine on you crazy diamond.»
– Pink Floyd

«Be’ certo. Ma non sempre in certi momenti è dura.
Ebbene sì. A volte è durissima.
Voglio dire, non è che puoi soffrire costantemente.
Ma soffro abbastanza.
A volte.»
– Dave Eggers

Un ricordo.

[A Marco, così fuori dal comune - Roma, 8 maggio 1984, dal mio quaderno di Progressione Personale]

Area elfizzata

Anche quest’anno a grandissima richiesta, nel senso che me lo richiedo da sola e mi dispiace solo di non essere riuscita ad archiviarli tutti per nipoti e pronipoti, ma vabbe’, avranno altri modi per scoprire vizi e virtù della loro amata zia.

 

Chi trolleggia e chi elfeggia! Clicca, mi raccomando :-)

Chi trolleggia e chi elfeggia! Clicca, mi raccomando :-)

 

 

Presenzassenza.

Oggi sarebbero stati centoquattro, età alla quale nessuna persona ragionevole avrebbe mai potuto pensare.
Ma anche centouno sono un’età alla quale nessuna persona ragionevole avrebbe mai potuto pensare, centouno anni di te, che fanno di questi ultimi tre senza le nostre vite molto più vuote, ma anche talmente piene e ricche di tutto quello che c’è stato prima, che oggi, nonostante tutto, non possiamo fare a meno di sorridere e ricordarti con il cuore pieno di amore. E lasciarti vivere in noi.

Furore

Citazione

Parole che lette oggi fanno paura come ieri. Forse anche più di ieri.
Incredibile pensare che siano passati più di settant’anni e che nulla sia cambiato.

«[...] E le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro.
E le imprese, le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.»

[Furore - John Steinbeck]

Ai bordi di periferia.

Che Acilia sia borgata te ne accorgi quando vai al primo funerale.
Non nella defilata San Carlo da Sezze alla semi residenziale Madonnetta, non a San Timoteo, immersa fra le ville di Casalpalocco, nemmeno a San Giorgio ad Acilia Sud, che pur essendo all’apparenza paesello è ancora quartiere periferico di Roma, a modo suo.

Te ne accorgi a San Leonardo da Porto Maurizio, che sta proprio nel centro di Acilia, in una piazza che di piazza ha solo la forma e il nome, perché è una piazza di passaggio, messa proprio lì,  in quel tratto finale in cui la Via di Acilia è pronta a tuffarsi nella Via del Mare per scappare a Roma, come dicono quelli che qui ci abitano da decenni.
Vado a Roma, a indicare che vai in centro, dicono, ma guai se a dirlo è uno che non è di qui, uno che si capisce che è cresciuto altrove o che altrova ancora ci abita. E perché, gli risponde il più delle volte chi qui ci è nato e cresciuto, qui forse non è Roma?

E così, ieri, sul sagrato della chiesa, in mezzo ai clacson che suonavano, alle foto piene di visi sorridenti attaccate su un cartoncino Bristol appoggiato alla cancellata insieme a un secchio pieno di girasoli, in mezzo alle persone che aspettavano che la bara bianca uscisse, ai palloncini bianchi legati fra loro in attesa di essere liberati nell’aria, fra le vecchiette che si fermavano chiedendo “chi era”, e “una ragazza, lavorava nella pizzeria al semaforo”, oppure “una cara amica del mi’ nipote”, i bambini di una chissà quale scuola materna che si sono trovati a passare proprio in quel momento formando una catena, mano nella mano, che cercava di attraversare una gimcana fatta di persone in attesa, fra gli habitué del bar e gli anziani che ogni giorno trascorrono le ore nel giardinetto antistante la chiesa, fra le note di Laura Pausini che cantava “in qualunque posto sarai” che fuoriuscivano da una Smart appoggiata muso contro muso al carro funebre, fra i peluche e mazzi di fiori e un cuscino di rose rosse e bianche, gli occhi pieni di lacrime e di mascara di ragazze troppo truccate e quelle di ragazzi dallo sguardo sfrontato e allo stesso tempo smarrito che forse entravano in chiesa per la prima volta dal giorno della Prima Comunione, mi sono trovata a pensare che forse è vero, che qui non è Roma, perché qui c’è ancora una borgata che si ferma a guardare il funerale di una ragazza morta a ventiquattro anni in un incidente stradale e che in qualche modo, a modo suo, ci tiene a salutarla, anche se non la conosce, perché invece, in qualche altro strano modo, che altrove non ho mi è mai capitato di incontrare, la riconosce e la abbraccia e si stringe intorno a chi la piange e le ha voluto bene.

E io, ieri, seduta sulla panchina del giardinetto, ho pensato a tante cose, e oggi alle belle parole che avrebbe saputo trovare Sandro Onofri, che più di me aveva occhi per guardare le borgate, e penna, e inchiostro, per saperle descrivere e raccontare agli altri.
A me resta il cuore, che forse è l’unica cosa che abbiamo in comune, per cercare di capire questo strano posto dove sono finita ad abitare, un posto che è terra di tutti e di nessuno, un posto dove forse il futuro è solo di chi se lo piglia, e che è Roma senza esserlo.

[Per Sara]

Citazione

«Lei gli si avvicinò con delicatezza, silenziosa con i suoi piedi scalzi, e aveva il viso pieno di meraviglia. Con la piccola mano gli toccò il braccio, saggiò il vigore dei muscoli. Poi le dita salirono fino alla guancia come avrebbero fatto le dita di un cieco. E la sua gioia ebbe qualcosa del dolore.»

[Furore - John Steinbeck]

Messaggi.

Molte volte quello che scrivi, ti accorgi, al di là di desideri e intenzioni, non è altro che un messaggio nella bottiglia lanciato nell’iperspazio. E a raccoglierlo chi non avresti mai pensato.
È proprio vero, la vita è piena di sorprese e a volte le persone capaci di esserti veramente vicine sono quelle più lontane, quelle che sanno leggere fra le righe, preoccuparsi per te, e regalarti un gesto semplice ma pieno di calore umano.
Grazie F., questo è per te, che hai raccolto la bottiglia che non mi ero accorta di aver spedito e con poche parole, e un numero di telefono che non ho avuto bisogno di usare, mi sei stato vicino e mi hai aiutata a dormire serena.
Il senso dell’amicizia, quasi sempre, è racchiuso in piccoli gesti di valore non quantificabile.