A riveder le stelle

(Foto dal sito La Repubblica)

Io che soffro di claustrofobia, che non prendo l'ascensore ormai da tempo immemore nemmeno per salire al nono piano, che quando vado al cinema mi rifiuto di andare in certi loculi multisala, che se vado in un bagno pubblico…ehm…ho bisogno della scorta perché non mi chiudo mai a chiave, che in macchina non salgo dietro quasi mai, assolutamente mai se gli sportelli non sono almeno cinque, che non prendo aerei, treni o metropolitane da troppo tempo (su questo ci stiamo lavorando, lo giuro!): io che faccio (e non faccio) tutto questo, come posso non seguire con ansia, commozione, trepidazione e con una gioia quasi personale le sorti dei trentatré minatori cileni?

Come faccio a non essere "umanamente" felice per questa grande macchina di solidarietà che si è messa in moto sin dall'inizio?

Come faccio a non contarli uno ad uno senza tirare un sospiro di sollievo per ciascuno di questi uomini che torna finalmente alla luce del sole?

È meglio

Siamo arrivati anche a questo.
Quale sarà la prossima frontiera, il prossimo limite da oltrepassare?
Dove verrà posta l'asticella della decenza, del rispetto dell'essere umano e della sofferenza?
Ho paura di ammettere che non esistano più  limiti né distanze, ma solo share e colpi di scena.
Tutto è show: e deve continuare.

Non pubblicherò qui sul blog il video: chi se lo vorrà vedere potrà farlo dal sito del Corriere della Sera che ho linkato.
Io non l'ho visto.

tutto corre più veloce delle mie dita sulla tastiera

i giorni passano velocemente e vorrei scrivere di molte cose.
nella mia testa, dal 28 maggio ad oggi, ho già scritto almeno quattro o cinque post ed erano tutti importanti per me, ma sono rimasti là, nella mia testa.

non capisco il perché, ad esempio, del motivo per cui per identificare il disordine ed il degrado della mia città si debba sempre fare riferimento alle città africane o a quelle del medioriente, con una sorta di spocchioso senso di superiorità.
ad esempio questa è la volta del colosseo, paragonato dal sottosegretario ai beni culturali ad un suk arabo.

però, sempre ad esempio, domenica sera, uscendo dalla messa, ci siamo accorti che nel parco vicino casa c’era un piccolo assembramento di gente e allora ilChicco ed io, curiosi come due scimmie, siamo andati a vedere.
era la comunità dello sri lanka della nostra zona che festeggiava.
cosa festeggiava?
la fine della guerra.
nello sri lanka è finita la guerra, dopo venticinque anni e più di ventimila morti tra i civili, ma per trovare traccia della notizia sono dovuta andare a scartabellare tra le pagine di google, non nell’homepage di qualche prestigioso quotidiano nazionale,
quelle erano già piene di noemi.
e loro festeggiavano, composti, puliti e rispettosi.
lontani migliaia di chilometri dal loro paese.
da soli, perché di italiani, in mezzo ad un centinaio di persone, eravamo sì e no in quattro o cinque.
ma la pace non fa rumore.
la pace non fa notizia.
soprattutto una pace nel sud del mondo, anche se in questo caso è un sud dell’est.
sporco e pieno di suk.

poi ci sono state,

una bella serata dar filettaro a santa barbara a mangiare filetti di baccalà e a parlare di libri, anzi di un libro in particolare le benevole di jonathan littell, un romanzo sull’olocausto capace di scatenare discussioni, accendere gli animi, dividere e coinvolgere quindici persone in una notte di quasi estate, senza che tutte l’avessero letto!

un pranzo al mare alla caletta con le frecce tricolore che facevano le prove dell’air show.
lo so che molti sono contrari a queste manifestazioni, io per prima le considero pericolose e tutto sommato inutili, ma l’emozione che si prova prima nel sentirle (diciamo pure “paura”!) e poi nel vederle passare è indescrivibile: la scia tricolore che lasciano, i tonneaux, la perfetta sincronia, sono di una bellezza incredibile, soprattutto se eseguite sopra il mare.

un paio di discussioni interessanti: una su aNobii e una in Zone.
una sui giovani (e già fa un po’ ridere, perché cosa sono i giovani? un’entità astratta? e soprattutto, chi sono i giovani, a quali età c’è il giro di boa?) e i loro valori, ma soprattutto sul confronto tra diverse generazioni di giovani: erano meglio o erano peggio? o forse sono alla fine uguali?
l’altra opposta ma alla fine complementare: non sarebbe bello poter avere un figlio intorno ai sessant’anni, una volta raggiunta la piena maturità?
e qui si è scatenato l’inferno: ma chi l’ha detto che a sessant’anni si sia per forza maturi? e poi tutti gli orfani di venticinque/trent’anni che questa possibilità provocherebbe? e l’assenza di nonni? e le energie?

un paio di libri: le benevole, appunto e il vangelo secondo gesù cristo di saramago. a volte, l’alternarsi di queste due letture, sembra avere una funzione catartica, come se dopo tutta la violenza del nazismo assorbita nella lettura del romanzo di littell, quella della violenza della passione di gesù (sia pur riveduta e corretta da saramago) servisse a purificare e a riportare un equilibrio fra le mie letture e i miei pensieri.
e quindi si alternano in uno strano equilibrio nei miei momenti di relax, portandomi dalle ghiacciate terre russe alle aride città della palestina, dalle trincee tedesche a stalingrado all’incendio di sefforis.

un film: si può fare, con claudio bisio, dove con delicatezza e un po’ di leggerezza (non ha la pretesa di essere un film troppo serio) si parla con molta umanità della legge basaglia e dei manicomi, di esseri umani e non di pacchetti postali da chiudere a chiave, di una società che integra e non di un mondo che emargina.

e poi io, che entro ed esco dalla farmacia cercando e sperando di archiviare al più presto un mese e mezzo non troppo felice e più di una notte con risvegli continui.

insomma, anche se non si vede, c’è vita dietro a questo monitor!

[aggiornamento del 5 giugno]
…e poi anche la banda della magliana dietro casa (ma proprio dietro casa!): che fossimo andati ad abitare in borgata lo sapevamo, che purtroppo certi fatti succedessero ad un passo da casa nostra anche, ma di finire dentro ad un romanzo criminale…ecco, questo non ce lo aspettavamo proprio.