Messaggi.

Molte volte quello che scrivi, ti accorgi, al di là di desideri e intenzioni, non è altro che un messaggio nella bottiglia lanciato nell’iperspazio. E a raccoglierlo chi non avresti mai pensato.
È proprio vero, la vita è piena di sorprese e a volte le persone capaci di esserti veramente vicine sono quelle più lontane, quelle che sanno leggere fra le righe, preoccuparsi per te, e regalarti un gesto semplice ma pieno di calore umano.
Grazie F., questo è per te, che hai raccolto la bottiglia che non mi ero accorta di aver spedito e con poche parole, e un numero di telefono che non ho avuto bisogno di usare, mi sei stato vicino e mi hai aiutata a dormire serena.
Il senso dell’amicizia, quasi sempre, è racchiuso in piccoli gesti di valore non quantificabile.

Oggi, perché.

Ho sempre pensato che stringere amicizia da adulti fosse una cosa difficilissima, praticamente impossibile.
Me ne convinco sempre più, consapevole del fatto che dopo una certa età gli incontri avvengono perlopiù legati all’ambito lavorativo, a frequentazioni indotte (il fidanzato dell’amica storica, gli amici degli amici, gli amici di infanzia del marito/fidanzato), o a incontri casuali, e che difficilmente ci si incontra o ci si lega perché ci si sceglie.
Esistono rare eccezioni, ma sono appunto più rare che trovare una perla in una conchiglia, soprattutto in un’era, come questa, in cui i vari Facebook e Twitter, ma anche aNobii e Goodreads, ti fanno credere di avere all’improvviso un mucchio di amici.
Ecco, è già da tempo che mi trovo a riconsiderare e a soppesare la parola amici, a chiedermi perché nella lingua italiana, tanto ricca di parole per ogni cosa, non esista un sostantivo che definisca quell’ibrido umano che amico non è ma che è un po’ più, o magari molto di più, di una semplice conoscenza.
Forse perché, mi dico oggi, non esiste una relazione intermedia, o si è amici o non lo si è, e siamo solamente noi, desiderosi di ricevere molte più attenzioni di quante gli altri siano disposti a concedercene, che non riusciamo a capire che se non si è amici si è semplicemente conoscenti, e che non basta ‘condividere’ foto, stati d’animo o libri letti e film visti per diventare qualcosa di più.
Esistono simpatie istintive, possibilità di amicizia, affinità elettive, identità di vedute… ma poi, in fondo, le relazioni sono come un bocciolo in primavera: se non sboccia persino la gemma più bella è destinata prima o poi a cadere, a non diventare mai fiore.
Ecco, c’è sempre da imparare, da mettere nuove bandierine nella propria esistenza, boe dove ricordarsi di virare, dove capire che è arrivato il momento di invertire la rotta, o di prendere il largo e andare verso nuovi mari, o alla quale appoggiarsi per fermarsi a riflettere sul fatto che le persone sulle quali contare, nella vita, sono davvero molto poche, e che difficilmente si incontrano online.
(Ma una o due, nel mio caso anche tre, è possibile, sì, è possibile, quindi perché non accontentarsi?)

[Oggi, perché ho messo una nuova boa.]

«C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato».
(Antoine de Saint-Exupery – Il Piccolo Principe)

Un post. Anzi, quasi un commento ombelicale.

Mondo Blog



Ho ricevuto questo libro in regalo, come scopro dalla dedica, nel giugno 2003, in un giorno non meglio specificato.
Eloisa Di Rocco, l’autrice, è stata tra le primissime blogger italiane, lei che da Chicago scrutava l’iperspazio e, avanti come è sempre stata, pioniera del web italico, in un freddo gennaio del 2001 lanciava il suo lapizia.net nella Rete.

Ed io lapizia.net, me lo bevevo come un romanzo a puntate, quando l’ho scoperto. Non vedevo l’ora di leggerlo e di riconoscere le persone di cui raccontava, sentir parlare dell’agenzia dove lavorava (anni luce avanti anche lei rispetto a quella dove lavoravo io), toccare quasi con mano la sua nostalgia per l’Italia e per Roma, aspettarla quando per me era quasi notte e per lei giorno e viceversa.

E dal suo blog, ad effetto domino, ho iniziato a leggere Rillo, Leonardo, Broono, Vanessa, Wile, quel nucleo di blogger che qualche tempo dopo, quando ormai la sua avventura negli States era finita, si riunì nella sua piccola casa di Roma.

«Presto la mia piccola casa non ce la fece a contenere tutti, e malgrado la serata freschina la gente si riversò nel terrazzo. Mi accorsi solo dopo un po’ che in maniera naturale i miei invitati si erano perfettamente divisi fra vecchi amici, rimasti dentro, e blogger, che stanziavano fuori, alla luce delle fiaccole e delle stelle.
Fra questi c’era chi si vedeva per la prima volta quella sera, ma passarono ugualmente tutta la notte a scherzare e a parlare di cose geek. A vederli così sembravano molto diversi fra loro, per età, per città di nascita, per interessi, per professione, per carattere. Eppure sul mio terrazzo, come poi sarebbe successo nel casale di Biccio o in trattoria, sembrò parlassero una lingua comune. C’era qualcosa che faceva parte di tutti noi, nella quale ognuno si riconosceva un po’. Cosa fosse, mistero.»

Stasera, quando ho preso per caso questo libro in mano, rovinato anche lui dal nubifragio di ottobre, con le pagine ormai ispessite e ondulate, e ho cominciato a sfogliarlo e a rileggerlo, per un attimo ho avuto la sensazione di leggere storie che narrano fatti di un’altra epoca, un diario di bordo che racconta le gesta di pionieri che come i cercatori di oro arrivavano nel west, si lanciavano con le loro storie quotidiane attraverso spazi infiniti, giovani e tecnologici esploratori che con la loro curiosità ci hanno regalato tutto quello che oggi a noi che chattiamo e postiamo con estrema facilità sembra già passato, ma che per loro era un futuro ancora tutto da scoprire. Un tempo in cui blogger, webdesigner, giovani pubblicitari, tutti in qualche modo ci si conosceva, ci si incontrava, ci si incrociava, online o dal vivo, come in quella sera d’estate di poco tempo dopo in cui ci ritrovammo seduti sui gradini di Piazza Trilussa, quella sera in cui Enzo B. mi abbracciava stretta stretta e mi diceva ‘Patti Patti, ed io che ti credevo bionda!’. Te la ricordi quella sera, Elo?

Già perché, dimenticavo, altrimenti che commento ombelicale sarebbe, Eloisa è amica mia, e quella piccola casa con quel terrazzo dal quale in quella notte freschina si vedevano le stelle, oggi è casa mia.
(E se io sono laPitta è solo grazie a laPizia.)

[Dimenticavo]
Poi un giorno, quando a poco a poco i blog cominciavano ad essere diffusi tra i più, come le Dive al culmine della notorietà, laPizia ha spinto sul suo blog il tasto ‘delete’, e… puf, tutti i ‘kb’ sono tornati nell’iperspazio!



il rosso e il nero

era una sera di fine gennaio del 1983, avevo diciotto anni ancora da compiere ed ero al mio primo anno di clan.
avevo iniziato tardi ad andare dagli scout, a quindici anni, ma ero stata subito travolta dall’entusiasmo per quel mondo del quale mi piaceva tutto: la vita all’aria aperta a contatto con l’ambiente, la condivisione delle idee, dei pensieri ma anche dei dubbi, l’apertura verso l’esterno e il sostegno alle persone bisognose; per riassumerla utilizzando una terminologia cara allo scoutismo, la mia vita in quegli anni era strada comunità e servizio.
avevo stretto nuove amicizie, principalmente maschili, forse perché con i ragazzi a quell’età è sempre più facile comunicare e condividere il proprio tempo, tutto è più semplice e i problemi sono praticamente inesistenti: beh, sempre che non ci s’innamori, ma questa è un’altra storia!
insomma, quella sera di fine gennaio a casa di marco c’eravamo anche io e flavio. credo che la mamma ci avesse preparato per cena una frittata o qualcosa del genere, era abituata ad averci a tavola all’improvviso e noi a non essere trattati come ospiti ma come figli aggiuntivi. abitavamo molto vicini noi tre, a piedi in dieci minuti si passava sotto casa di ognuno di noi, marco e flavio credo riuscissero anche a vedersi dalla finestra, motivo per cui una sera sì e l’altra pure eravamo a casa di uno di noi.
mangiavamo insieme, facevamo due chiacchiere, vedevamo un film in tivù, ascoltavamo la musica; a volte andavamo a san lorenzo a bere una birra, a volte c’erano anche paola, stefano, pigi.
eravamo tutti ragazzi di sinistra, forse più per idealismo che per convinzione, non impegnati politicamente e, soprattutto, al di fuori da quella terribile logica di quartiere, il quartiere trieste degli anni ottanta, che obbligava gli adolescenti a scegliere e a vivere la propria appartenenza politica come una guerra. non so se eravamo scout perché eravamo di sinistra o eravamo di sinistra perché eravamo scout, quello che so è che la politica vissuta in quel modo non era parte attiva nelle nostre vite, preferivamo sempre il confronto, il dialogo, la condivisione.
ma quella sera era una sera diversa: non ricordo se fosse già lì, se avesse mangiato con noi o se arrivò dopo, o forse fui io ad arrivare dopo; ricordo solo che ad un certo punto mi presentarono paolo, un ragazzo alto, con un gran ciuffo di capelli sulla fronte, un paio di occhiali e un bel sorriso. era stato un compagno delle medie o forse anche delle elementari di marco, erano grandi amici. ad un certo punto mentre parlavamo mi accorgo della catenina che paolo porta al collo, la prendo tra le dita per guardarla meglio e vedo che il ciondolo è una croce celtica, il simbolo del fuan; gli sorrido e gli dico ma che sei scemo? e anche lui mi sorride. la mia incredulità non era dovuta allo schieramento politico, non mi interessava se fosse di destra o di sinistra, ma al fatto che facesse politica attivamente! lo so che oggi questo è un atteggiamento che può sembrare anacronistico e passivo, ma a me, neanche diciottenne, la politica era una cosa che sembrava lontanissima, che si leggeva solo sui giornali o che si vedeva al telegiornale.
qualche sera dopo, il 2 febbraio, paolo di nella veniva aggredito a piazza gondar mentre attaccava manifesti politici di destra in compagnia di un’amica militante come lui nel fronte della gioventù. tornato a casa si sentì male dopo poco e fu accompagnato in ospedale dai genitori. sarebbe morto il 9 febbraio, dopo una settimana di agonia, per il trauma cranico riportato a seguito di quell’aggressione: non aveva ancora vent’anni.
non lo seppi subito, non ricollegai subito quel paolo di quella sera della frittata con il giovane fascista assassinato dai comunisti. lo capii qualche giorno dopo quando rividi marco, distrutto dal dolore, sparito dalle riunioni e dalle attività scout.
non mi è mai piaciuto dare un colore politico alla morte di un ragazzo di vent’anni, perché a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età, preferisco ricordare il suo sorriso di quella sera di fine gennaio e l’amicizia che lo legava a marco, noncuranti entrambi di trovarsi a camminare sui lati opposti di quelle stupide barricate che li volevano uno rosso e l’altro nero.