«Piccole connessioni casuali & misteriose™»

Leggo La campana di vetro di Sylvia Plath, e la protagonista si chiama Esther.
Inizio a leggere Casa Desolata di Charles Dickens, e al terzo capitolo appare Esther.
Mi appresto a leggere, in occasione della giornata della memoria, Forse Esther di Katja Petrowskaja.

Se fossi incinta e aspettassi una bambina ora non avrei dubbi sul nome da scegliere, ma non essendolo mi accontento di pensare che Esther significa “stella”, e che da pochi mesi ne ho in cielo che veglia su di me.

A sedici anni ogni scherzo vale.

Mi sono svegliata pensando a quella volta che tu e la tua amica Simona vi siete mascherate da grappolo d’uva, uno bianco e l’altro rosso, alle decine di palloncini che avevate gonfiato per assicurare l’effetto finale e alla grande foglia verde di cartone e polistirolo, disegnato e sagomato con competenza da quelle brave e un po’ “esuberanti” (per dire!) studentesse di liceo artistico che eravate.
E poi mi sono ricordata anche le risate che vi siete fatte, e anche io, quando da quella festa siete tornate a casa con tutti i palloncini scoppiati (e non tutti accidentalmente, eh!).
E sorrido anche ora, ripensando a quel Carnevale e a quei grappoli d’uva, anche se a me Carnevale non è mai piaciuto.

9 gennaio

Un bicchiere di Gewürztraminer, un piatto di spaghetti alle vongole, una fetta di crostata alle visciole appena sfornata e un cane nero con il quale condividere ancora una volta il tuo compleanno.
«Vola libera e felice, al di là dei compleanni, in un tempo senza fine, nel per sempre. Di tanto in tanto noi c’incontreremo, quando ci piacerà, nel bel mezzo dell’unica festa che non può mai finire.»

Post (di) Natale

Abbiamo mangiato e abbiamo bevuto, abbiamo riso e anche scherzato, abbiamo aperto regali e letto biglietti di auguri, inviato e risposto a messaggi, telefonato a qualcuno lontano, mascherato l’assenza con la confusione, cercato di festeggiare qualcosa che Natale non era, non quest’anno.
E ci siamo riusciti, un po’, per un po’, almeno per un po’.

È passato, ora, ma l’anno prossimo sarà pieno di regali, proprio come volevi tu: è una promessa.

(s)natale 2015

natalizietà

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

[Giuseppe Ungaretti, Natale]

Canto di Natale.

Avevamo sedici o diciassette anni, Paola e io, la mia amica del cuore e compagna di banco per tutti e quattro gli anni di liceo artistico, quando litigammo.

Una qualche insegnante (di Italiano o di Storia dell’Arte, ma poteva essere anche di Figura o di Ornato) assegnò a tutta la classe una ricerca sugli Impressionisti.
Eravamo tutte libere di scegliere un pittore in particolare, se volevamo, e di decidere con chi fare la ricerca.
Paola e io, manco a dirlo, volevamo farla insieme, ma litigammo ferocemente per settimane, perché lei voleva che il tema fossero gli Impressionisti in generale, mentre io volevo dedicarmi esclusivamente al mio grande amore Pierre-Auguste Renoir.
Non ci sfiorò nemmeno per un momento l’idea di separarci per farla da sole o insieme a qualche altra compagna, e nemmeno mettemmo mai in dubbio il fatto di volerci bene, per cui continuammo a litigare fino allo sfinimento, perché la cosa più importante per noi era farla insieme (ma come dicevamo noi).

Per la cronaca vinse lei, e il ricordo più vivo sono ancora le mie risate trattenute a stento mentre mi allontanavo cercando di non far scricchiolare il parquet della sua stanza, mentre lei, forte del suo accento francese di un anno di liceo linguistico (la ricerca era audiovisiva), pronunciava “Impression soleil levant” arrotondando anche le “erre” che non c’erano a beneficio del registratore.

Ecco, la litigata oggi mi fa sorridere, le ore trascorse insieme, invece, continuano a essere fra i nostri ricordi più belli.

Persempre

Ora ti chiamo, ora ti chiedo, ora ti racconto.
È già un mese e sembra ieri.
Sembra una vita fa, questo primo mese della mia vita in cui ho coscienza del tuo non esserci, questo primo mese in cui, per la prima volta, tu non ci sei per me o io per te; questo primo mese in cui cerco di fare i conti con la tua assenza.
Conti che non tornano mai, assenza che è sempre più vuoto incolmabile, assenza che è sempre più presenza nei ricordi, presenza nei gesti, presenza nelle parole.
Mi manchi, amore mio, presente e assente nella mia vita, per sempre nel nostro persempre.

Il dolore non diminuisce mai, siamo noi a diventare ogni giorno più forti.

[A Silvia]

nel nostro "persempre"

Noi due nel nostro “persempre”

Pubblicato in me

[ottomarzo]

Non è che io esista solo il giorno del mio compleanno, per fortuna esisto anche altri trecentosessantaquattro giorni all’anno. Ma è un anniversario, e in quel giorno mi piace ricordare e celebrare anche tutti gli altri giorni che hanno composto l’anno appena trascorso, che è fatto di giorni buoni e giorni meno buoni.
E anche oggi, in fondo, è così: non è che io sia donna solo l’otto marzo, lo sono anche il sette, il nove e tutti gli altri giorni dell’anno. Ma è un anniversario, e a me, che non sono un panda da proteggere e il rosa piace solo quando non si parla di quote, piace lo stesso ricordarlo e celebrarlo, senza mai dimenticare, però, che dietro a questo giorno ce ne sono altri trecentosessantaquattro altrettanto importanti, buoni e meno buoni.
Quindi buon otto marzo, donne, donne a trecentosessantacinque giorni.

otto marzo

Come ti guardo

Qualche giorno fa, un amico:

- Stai benissimo, sembri una ragazzina.
Forse dipenderà dai capelli legati, li porti quasi sempre sciolti.

Qualche giorno prima, una vicina di casa:

- Ma che capelli lunghi che hai!
Non me ne ero mai accorta, forse perché li porti sempre legati.

Della serie è proprio vero che spesso le persone che hai intorno ti guardano ma non ti vedono.
A volte può essere divertente, altre ti lasciano un po’ di perplessità.

[Ah, i capelli li porto sciolti o legati, indifferentemente, anche nel corso della stessa giornata.]

Oh, ciao.

Durante le vacanze di Natale si parlava di te, del tuo essere stato uno scout così diverso da tutti noi, al punto che con Francesca ci chiedevamo come fossi capitato là in mezzo, anche se non era stato un caso, perché lo eri stato molto più a lungo di me e da prima di me.
Ricordavamo, noi tre, io Francesca e Silvia, il tuo sorriso e il tuo saluto quasi sempre stupito, quel ‘Oh, ciao’, che sembrava accorgersi all’improvviso di noi e di quello che avevi intorno.
E poi, le tante cene a casa nostra, le tante frittate mangiate a casa tua, i giri senza meta per il quartiere a chiacchierare, le birre a San Lorenzo, quel breve lungo periodo della mia vita in cui sei stato sempre presente, al punto che quando io e Francesca abbiamo chiesto a mamma “Te lo ricordi Marco G.?’, lei ha risposto subito, senza esitazione, ‘Me lo ricordo sì, era sempre a cena a casa nostra!’.
E poi, all’improvviso, un giorno di gennaio non ci sei più.

Sei nella parte bella dei miei ricordi, insieme ai miei diciassette anni e alla più bella scatola di pennarelli che nessuno mi abbia mai regalato.
Sei e sarai per sempre nel mio cuore, un pezzetto te l’eri già rubato allora, e già mi manchi.

«Remember when you were young, you shone like the sun.
Shine on you crazy diamond.»
– Pink Floyd

«Be’ certo. Ma non sempre in certi momenti è dura.
Ebbene sì. A volte è durissima.
Voglio dire, non è che puoi soffrire costantemente.
Ma soffro abbastanza.
A volte.»
– Dave Eggers

Un ricordo.

[A Marco, così fuori dal comune - Roma, 8 maggio 1984, dal mio quaderno di Progressione Personale]