Incontro di una notte di quasi estate.

Domenica sera tornando dalla mia prima cena kosher al Ghetto, costeggiando la sinagoga per tornare a prendere la macchina, svoltando all’angolo che lungo il lato più buio corre parallelo al Lungotevere, sul marciapiede, mi sono trovata a camminare incontro a un uccello piuttosto grande maculato bianco e grigio.
Ma… cos’è? ho esclamato ad alta voce, che io dalle mie parti sono abituata a rondini merli e cornacchie e a occhio e croce non mi sembrava nessuna delle tre cose.
E proprio mentre il punto interrogativo restava sospeso nell’aria calda della sera, ho esclamato Un gabbiano!
In realtà forse, in una di quelle strane esclamazioni anche un po’ interrogative, devo aver detto Un gabbiano?
Io mi avvicinavo e lui mi guardava di traverso, con l’occhio sbilenco che esprimeva una frase del tipo Ti vedo anche io ma faccio finta di non vederti, non ti avvicinare troppo carina.
Io lo guardavo incredula e continuavo a dire È la prima volta che vedo un gabbiano così da vicino e per giunta al centro di Roma!
Ma non intorno all’Altare della Patria, non lungo gli argini del Tevere, semplicemente un gabbiano che passeggiava lungo un marciapiedi del Ghetto, come fosse la cosa più normale di questo mondo.
Mi sono avvicinata un altro po’, finché alla fine ci siamo trovati, lui rasente il muro, sempre con l’occhio sbilenco, e io che mi sono immobilizzata per non spaventarlo, a non più di venti o trenta centimetri l’uno dall’altra.
Per un momento ci siamo chiesti in silenzio Ma dov’è il porto? (io) Ma dove sono i pesci? (lui) finché ognuno dei due, con il suo punto interrogativo, se n’è andato per la sua strada.
Attraversando la strada, mentre il Chicco e io ancora ridevamo stupiti, una signora che camminava sul marciapiedi dall’altro lato della strada mi fa un gesto con la testa, a indicare , e mi domanda Ma era un gabbiano?
Eh sì, signora mia, non ci sono più i passerotti di una volta!

Come Giuda.

Continuo a pensarci, non riesco a non pensarci, e così oggi l’ho fatto, ho fatto quello che mai pensavo mi sarebbe capitato, nella mia vita, di fare.
Sono stata nel profilo Facebook di un assassino, non tanto per guardare le sue foto (quelle ci stanno pensando già i giornali a mostrarcele in tutta la loro vitale brutalità), ma per capire, per leggere se tra quei post ci sia, ci fosse, ci sia mai stato, qualcosa che assomigli a una forma di intelligenza, di umanità pensante.
Ho fatto scorrere la pagina, una pagina di pochi pensieri e molti muscoli, di risate scritte per essere mostrate insieme alle foto scattate a beneficio dei ‘contatti’ e dei ‘mi piace’, fino all’unico punto in cui ho trovato un pensiero di poche righe, un pensiero che nella sua semplicità e nella sua condivisibilità è agghiacciante, quasi premonitore.
E ho pensato, leggendolo, che allora era ancora tutto possibile, che la scelta poteva ancora essere un’altra, che tutto quello che è successo in questi giorni e che si è abbattutto con la violenza di un uragano sulla vita delle persone che amo, potesse non succedere mai.
Perché poco meno di un mese dopo, chi l’ha scritto, ha scelto il male sapendo di sceglierlo e ancor prima che trasformarsi in un assassino ha scelto di tradire chi l’aveva accolto come un figlio, uccidendolo due volte.
Il male grida forte, raccontava Don Gallo, ma non è mai più forte, perché la speranza grida ancora più forte, e l’amore e la solidarietà, i ricordi e il bene che è stato fatto, riusciranno, per qualche misteriosa via che oggi appare irraggiungibile e impossibile da percorrere, ad aiutare chi è stato colpito e sta soffrendo; non a farsi una ragione per quanto è accaduto perché per quello non esisterà mai pace, ma a trovare la forza, un giorno alla volta, un’ora alla volta, un minuto alla volta, per guardare al domani.
Ma quando arriverà invece il momento in cui questa persona riuscirà a guardarsi dentro e capirà cos’ha fatto, perché sono sicura che quel momento arriverà, quello sarà un giorno terribile: perché troverà l’inferno, e capirà che l’inferno che scegliamo di portarci dentro è davvero senza speranza.

Giuda

(Per tutte le persone che sono nel mio cuore anche se lontane e per Andrea e la sua famiglia)

L’anno della morte di Ricardo Reis

Citazione

La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice.

José Saramago

Quando muore un albero.

Quando muore un albero il più delle volte non fa rumore, lo fa in silenzio.
A soffrire per la sua morte sono in pochi, quasi sempre le sole creature che vivono sotto le sue chiome, oppure al suo fianco, oppure quelle che si trovano a incontrarlo nel corso della sua vita.
Quando muore un albero non sempre è un albero vecchio, a volte è inspiegabilmente giovane, e il dolore è più grande, spesso inconsolabile.
Quando muore un albero, magari cadendo violentemente, o perché qualcuno ha deciso di abbatterlo, la notizia invece fa rumore. Molto rumore.
Perché è stato abbattuto, si chiedono in molti, era un albero pericoloso oppure dava fastidio a qualcuno?
Ma no, rispondono molti altri, era un albero che non dava fastidio a nessuno, anzi, faceva ombra, in tanti si sono riparati alla sua ombra, era un bell’albero, era un albero buono, era un giovane albero.
E così, spesso, arrivano i giardinieri, a tagliare quello che resta dell’albero, a scavare fin giù alle radici per capire se erano marce, se è crollato perché era un albero cattivo che poteva diventare pericoloso, oppure se è stato semplicemente buttato giù perché a qualcuno non piaceva o non voleva più che gli intralciasse la vista, perché qualcuno ha pensato che non interessasse più nessuno ed era meglio toglierselo di torno.
Ma quando si scava, fin giù alle radici, bisogna fare attenzione ed essere veri giardinieri, veri amanti degli alberi, e rispettarli, mentre si scava, perché le sue radici potrebbero essere intrecciate inestricabilmente con quelle di un’altra pianta come lui, oppure con quelle di un giovane virgulto che cresceva al suo fianco, oppure essere il nido per una famiglia di merli, nascondere al suo interno la tana per uno scoiattolo, essere a sua volta nutrimento e gioia per qualcuno.
Quando muore un albero non sempre è necessario scavare fino in fondo, cercare di togliere tutta la zolla, creare un buco, perché non serve, perché magari quel tronco reciso quasi alla base potrebbe servire a qualcuno per ricordarlo quell’albero, e per sedersi a riposare e guardare al futuro ricordando tutte le volte che quell’albero è stato un buon albero.
A volte bisognerebbe chiedersi, anche se si è giardinieri, se si sta facendo un lavoro ben fatto, o se si sta facendo del male non più solo al ricordo di quell’albero, ma anche all’ecosistema e alle piante che grazie a quell’albero hanno avuto la vita.
Bisognerebbe proprio, a volte, che gli alberi sono come gli uomini.
E gli uomini come gli alberi.