Pietre da scagliare.

Quando dico «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» non lo dico tanto per dire, sono parole in cui credo.
Qualcuno potrà dire perché non sono mai stata veramente toccata dal male, rispondo che è possibile che sia così, anche se preferisco pensare di essere veramente così, capace di credere veramente in quello che dico, nel bene e nel male.
Quindi oggi se ne va un pezzo di storia italiana che, nel bene e nel male, si porta via piccoli e grandi segreti, silenzi a domande che probabilmente non avranno mai risposte, dubbi che forse saranno destinati a rimanere tali per sempre.
Non ho pietre da scagliare, però, nessun veleno da sputare, nessun augurio di bruciare all’inferno per l’eternità; sono serena, la stessa serenità che mi auguro abbia potuto avere Giulio Andreotti in punto di morte, perché se considero fallibile l’uomo considero infallibile Dio, e questo mi basta per avere la forza di non desiderare mai vendetta, ma solo giustizia, magari eterna.

Un po’ per gioco, un po’ per indignazione.

Si fa un gran parlare in questi giorni della definizione data da Beppe Grillo di quanti commentano criticandolo o insultandolo, lui e il Movimento Cinque Stelle; pare che tutti indistintamente, si sia stati riuniti sotto l’etichetta di «Schizzi di merda digitali».
Noi che solo sei anni fa venivamo definiti elegantemente dei «coglioni», solo perché abbracciavamo idee di fede politica opposta, oggi ci troviamo ad appartenere, in una strana evoluzione della specie che da organica si tramuta in digitale, ad una nuova razza.

SDMD TeeShirt®

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Domani, vent’anni fa.

Me lo ricordo come fosse ieri.
Eravamo stati in giro per Roma, io e Alì, con Tayfun, il suo amico architetto che viveva a Vienna, e tornati a casa da mamma, accendiamo la tv, che inizia a parlare in maniera concitata di esplosioni, Punta Raisi, Capaci, e alla fine, solo alla fine, in piedi e increduli capiamo che stanno parlando di Falcone, di Giovanni Falcone.

Sembrava impossibile, sembrava impossibile credere che un’esplosione come quella, che fu devastante, avesse spazzato via in un attimo, con la vita di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, anche le speranze di tutti gli italiani che lottavano insieme a lui contro la mafia.

Sembrava impossibile crederlo, e infatti, dopo vent’anni il suo ricordo è più vivo che mai, e oggi, che la mafia non ha vinto, è per questo che in molti nel ricordarlo ‘lo chiamiamo Giovanni’.



Come mi batte forte il quorum!

Ma allora è proprio vero che l'Italia s'è desta?

Che ci siamo svegliati dall'incubo e che il letargo è finito?

Sarà un caso che proprio ieri ho iniziato a leggere "Indignatevi!" il saggio di Stéphan Hessel e che proprio oggi arrivino i primi segni di questa indignazione che sembrava non arrivare mai?

Siamo tutti di Pollica

Da oggi io ho la carta d'identità numero 216: niente paura, non è Second Life, anche se sono una cittadina virtuale.

In questo caso però, essere cittadini virtuali di Pollica, è un'azione simbolica molto importante, che testimonia sostegno e solidarietà.

Il 5 settembre di quest'anno il Sindaco della cittadina del Cilento, Angelo Vassallo, veniva assassinato da ignoti a causa del suo impegno civile: diventare cittadini virtuali di Pollica serve a dire ai suoi abitanti che non sono soli e che la legalità non è un sogno di poche persone.

E tu che numero sei?

Come una formica (e anche un po' pecora nera)

Scrivo poco ultimamente, ma ho voglia di condividere con i pochi che ancora si trovano a passare di qua questo articolo apparso oggi sul Corriere della Sera online, che corre il rischio di passare inosservato.
Sembra la resa finale.
È deprimente, sì.
Ma vediamone il lato positivo: c'è ancora chi combatte.
Chi non si rassegna.
Chi preferisce farsi formica e rischiare di essere schiacciata, piuttosto che rimanere pecora e seguire una massa informe.

Copio e incollo per i pigri da link :-)

RIBELLARSI AL DECLINO

La lotta delle formiche

Disagi e speranze nel Paese dei nessuno
Quell’Italia che fa ancora il proprio dovere

Buongiorno. Sono il signore che paga il biglietto del tram. La volontaria che assiste gli anziani soli. Il cittadino che non evade le tasse. La signora che chiede per favore. Il pensionato che fa la coda negli uffici. La dirigente che sa ascoltare. Il medico che non guarda l’orologio. L’artigiano che non bara sui conti. Lo studente che non crede alle lotterie.

Io non sgomito. Non appaio. Non cerco scorciatoie. Non mi arrendo. Lavoro a volte anche per gli altri. Mi fermo sulle strisce. Non getto mozziconi nelle strade. Aspetto il mio turno per parlare. Non parcheggio sul marciapiede e neanche in seconda fila. Faccio il mio dovere. Studio, perché penso sia importante per vincere i concorsi. Vado a votare e non al mare. Mando i miei figli alla scuola pubblica. Non penso a veline o tronisti. A volte inseguo le mie passioni..

Lettere dal Paese dei Nessuno, dall’Italia dei (cittadini) dimenticati che scrivono ai giornali per avere una speranza e riassumono il declino di un vivere comune, intaccato da una terribile domanda: ma chi te lo fa fare? Giovani che si spaventano: «Ho paura per il futuro mio, del mondo, di tutti, non riesco a vedere il prosieguo della storia che il presente ci sta raccontando» (Martino, vent’anni). Anziani che si deprimono: «Sono avvilita, disgustata. Tutti rubano, tutti mangiano, tutti si fanno appoggiare o raccomandare. Se non sei così ti tagliano fuori » (Barbara, settantacinque anni). Ragazzine che si interrogano. Come Giulia. Storia esemplare che non fa notizia, ma indica il retropensiero che aleggia su di noi quando prendiamo un impegno: ne valeva la pena?

Per tutto l’anno, finite le lezioni, due volte la settimana, Giulia si fa cinquanta chilometri per frequentare la scuola di ballo più famosa d’Italia. E dopo due ore alla sbarra e cinquanta chilometri di ritorno, è di nuovo a casa a fare i compiti. È brava, in classe e nella danza. Non ha tempo per playstation, Xbox, non si stordisce davanti alla tv. La vedi in giardino alla prima chiazza di sole esercitarsi nei passi e nelle ruote: su una mano, su due mani, di lato. Se riuscirà acontinuare sarà ammessa alla frequenza quotidiana: vorrà dire la scuola, poi cinquanta chilometri, la lezione alla Scala, altri cinquanta chilometri, i compiti e così via, salvo i giorni delle prove per gli spettacoli, quando sarà impegnata fino a sera. Per anni e anni, ogni anno nel timore di non passare: pena l’esclusione dalla scuola di danza.

Già da ora qualche amica comincia a non capire. Si domanda il perché di tanto impegno, tanto stress, tanta fatica. Si chiede perché Giulia si diverta ad andare avanti e indietro rinunciando a molte cose divertenti, quando basta apparire in una trasmissione tv o ancheggiare un po’ per raggiungere lo stesso obiettivo: uscire dalla mischia, avere un posto in prima fila. Si spendono milioni di euro in tv per valorizzare pupe, veline e anche velone. E si sbeffeggia più o meno involontariamente chi ha scelto un impegno, chi fa coscienziosamente il proprio lavoro. «Pagano ancora il sacrificio, lo studio, la fatica in questo Paese?», è la domanda che Giulia invia nel pozzo delle mail, cercando una non scontata risposta.

C’era una come lei una volta a Milano. Era figlia di un tranviere. Coi sacrifici e con il talento è diventata Carla Fracci. Ma non c’è più il futuro di una volta, scrivono oggi i writer sui muri. Nel paradosso temporale di un graffito il semiologo Francesco Casetti legge il bisogno di un’aspettativa non banale. «Si invoca il futuro, che non c’è ancora, non a partire dal presente, ma dal passato che non c’è più. Ieri c’era il senso del domani: oggi questo senso manca. E si deve andare a ciò che non c’è più (lo ieri) per poter recuperare ciò che non c’è ancora (il domani)».

Bisogna affidarsi alla memoria, allora, perché le opportunità non stanno nell’orizzonte geografico dei vari Nessuno che rumoreggiano dalle caselle della posta. Rispetto a ieri, la ragnatela di intrallazzi ha inquinato l’aria e ristretto i confini del galateo civico, come ha scritto Sergio Romano. «Il declivio del nostro vivere comune è intaccato dai comportamenti scorretti, a volte spregevoli, diventati prassi abituale», è la tesi di Maurizio Viroli, che alla decadenza delle buone pratiche ha dedicato una lunga riflessione e un libro dal titolo esplicito (La libertà dei servi, Einaudi).

«Quando si dirà che c’è un Paese anche per i Nessuno che tirano la pialla?», sollecita una dottoressa che a quarant’anni ha strappato il contratto definitivo di assunzione. Le donne in medicina faticano parecchio a trovare un posto, scrive: quando sono brave e competitive, non allineate allo standard della rampante o dell’amica del boss, le stroncano subito. Se hanno dei figli vengono penalizzate. Se si danno troppo da fare vengono redarguite. Se non si allineano, sono emarginate. Il mobbing nei reparti è prassi abituale. Senza sponsor politici negli ospedali difficilmente si fa carriera…

Si vagheggia un new deal civico, la scoperta di nuovi eroi. Si chiede un sussulto alla politica. Massimiliano Panarari, docente di Scienze politiche all’Università di Modena (L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi) profetizza l’abbattimento dell’impasto micidiale che alimenta la sottocultura e l’antipolitica. Ma non a breve: «La visione del mondo in Italia è basata troppo sull’irrealtà». Lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli è ancora più scettico: «Io ho paura chequesta società non si domandi più nulla, chieda solo e soltanto tecnologia: la tecnologia svuota, modifica i comportamenti, ci indica quel che serve a sopravvivere bene ma non risolve il senso della vita. A poco a poco stiamo diventando dei primitivi tecnologizzati in una civiltà dell’ingiustizia».

Poveri Nessuno, abbarbicati alla speranza di un Paese normale dove buongiorno, come diceva Zavattini, vuol dire davvero buongiorno. Formichine inattuali nel generale appiattimento verso la società della convenienza, che rischiano di essere schiacciate tra scarpe gigantesche e pietraie desolate, come immaginava vent’anni fa Anna Maria Ortese in un memorabile racconto milanese. Un bimbo, scivolato per disgrazia sotto le ruote di un tram, che offre al padre angosciato una riflessione fulminea sul senso della vita: «Noi siamo come le formiche, vero, papà?».

Bisogna forse dire «Basta!», come fa il designer Giancarlo Iliprandi che dal Politecnico di Milano teorizza un movimento culturale per cambiare aria e mette tra i capifila un grande centenario come Gillo Dorfles. «Basta a quello che non ci piace/ Basta senza sporcare i muri/ Basta per comunicare la voglia di cambiare».

O chiamarsi fuori, come Luca Goldoni, investigatore di lungo corso dei comportamenti nazionali, che a un certo punto si è reso conto di non abitare più nello stesso Paese in cui era nato. «È successo quando ho letto di una telefonata intercettata tra l’amica di un politico e un’ex compagna di classe in attesa di un provino tv. "Non c’era verso di farmi dare un contratto", diceva una. E l’altra: "E come hai fatto a ottenerlo?". "Non c’era modo di convincerlo". "E allora?". "E allora gliel’ho data"».

Non importa chi sei, ma chi conosci, si filosofeggia dai blog studenteschi. Servirebbe un antivirus alla cultura della convenienza, «perché se non ricostruiamo una società fondata sui doveri reciproci non sapremo nemmeno più godere dei nostri diritti », spiega Viroli. Servirebbe qualche gesto di coraggio in un Paese ricattato dall’egoismo e dalle cricche. «Cominciamo a difendere iNessuno mettendo qualche sassolino nelle scarpe dei grandi — dice don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus — e facciamo qualcosa per le vite di scarto, magari scuole per i bocciati da questo sistema poco umano, come don Milani a Barbiana». Esempi, responsabilità, impegno, pulizia morale: l’unico parametro legalmente riconosciuto non può essere quello del denaro, scrivono in tanti. Poi un cittadino indignato lascia cadere una domanda. «Chi è arrivato in alto con gli intrallazzi, può avere soprassalti morali?». Noi, come le formichine della Ortese, dobbiamo sperare. Ma è legittimodubitare.

Giangiacomo Schiavi

anche questa è demoCraxia?

foto di Yogi58

detto da chi Craxi l’ha votato per anni e ha creduto nell’idea del socialismo.
ha avuto un peso in Italia, e il suo non è stato solo il peso specifico di quello che TUTTI hanno rubato.
non ha sicuramente sbagliato tutto e soprattutto il ricordo e la percezione di quello che poteva essere e di quello che poteva fare per l’Italia mi fa ancora rabbia, ma: perché questo desiderio improvviso di riabilitazione?
solo per la coincidenza dei dieci anni dalla morte?
non sarebbe meglio evitare di ricordarci il periodo dal quale siamo usciti?
o meglio ancora, non sarebbe meglio ricordarci il periodo dal quale siamo usciti per fare ancora un po’ di pulizia?

preferisco la coerenza della moglie, anche se non mi è mai stata troppo simpatica, ma non venga a cercare di impietosirmi con quei suoi miseri 5.127 euro al mese di pensione: c’è chi campa con molto, molto, molto meno.