La verità, soltanto la verità

Citazione

«Ormai non ho altro che ricordi.»
«Non è quello che ci resta sempre alla fine?»
«No.» Penso alla mia routine all’Hotel de Rouen, il conforto che quei rituali mi danno. «Potevamo avere una vita insieme, rinforzata da piccoli gesti, da gentilezza e tenerezza. Potevamo avere una vita di esperienze condivise.»
«Lo pensi davvero?» Adèle mi posa la mano sul braccio. «Non ti ho dato che ritagli, Charles.»
Ma erano dei ritagli meravigliosi. Ritagli del merletto più prezioso. Penso al suo velo nuziale, piegato e legato con il nastro, conservato nel cassetto della mia scrivania insieme alle sue lettere.
C’è stato un tempo in cui avrei seppellito le mie mani fra i capelli di Adèle, in cui l’avrei scongiurata di scappare via con me, ma in sua assenza qualcosa è cambiato. Ho trascorso mesi in solitaria reclusione a scrivere il mio romanzo. I miei pensieri sono diventati movimenti solitari. Ho scritto del mio amore per Adèle e forse, in qualche strano modo, la scrittura ha rimpiazzato l’amore vero e proprio.

Helen Humphreys

Ho fatto un sogno.

Questa notte ho fatto un sogno.
Dormivo e stavo sognando e qualcuno nel sogno mi diceva la parola cavatappi, e io capivo che era una cosa importante che dovevo ricordare, a tutti i costi.
Non apribottiglie, non qualcosa di simile, ma proprio cavatappi.
Al risveglio mi trovavo a vagare per le vie di Roma, per una Roma che non conosco ma che ora ricordo bene di aver già visto altre volte, chissà quando.
In particolare ricordo un incrocio, uno snodo di strade che mi è familiare, che ho percorso già altre volte, ma quando non so.
A un certo punto, camminando, da sola in mezzo alla gente, ricordo il sogno e mi torna in mente quella parola, che più che essere utile ad aprire una bottiglia, adesso sembra essere diventato un lasciapassare, o un grimaldello per aprire chissà quale cassaforte.
Poi più niente, non ricordo altro, così come questa mattina al risveglio.
Ora, all’improvviso, riaffiora, e io, oltre a sentirmi come Woody Allen in «Madagascar», comincio a chiedermi cosa la mia mente mi stia chiedendo di fare, con quel cavatappi.
Nel dubbio interrogo la Smorfia e me lo gioco al Lotto.

Con un velo di crema solare sul viso.

A fine giornata, dopo aver spostato piante e rinvasato piante, traslocato hibiscus amaryllis e agapanthus da un terrazzo all’altro, con i piedi neri e le unghie orlate di terra, potato e spazzato per terra, decido finalmente di aprire la sdraio colore blusbiaditodalsole, che deve aver lasciato qui Eloisa quando ha traslocato ormai otto anni fa, sedermici e chiudere gli occhi.
Il desiderio è quello di catturare qualche raggio di sole e lasciare andare i pensieri dove non so, perché i pensieri sono così, tu inizi a pensarli e loro dopo vanno dove gli pare, ma non è così perché l’aria è troppo fresca, sono passate da un po’ le cinque, e anche la felpa lilla che ho messo sopra la canottiera da giardiniera non basta a scaldare, così come non scalda più il sole che continua a nascondersi e a fare capolino da dietro le nuvole, e allora penso che è troppo tardi per dare un senso a quel velo di crema solare sul viso e per lasciare andare i pensieri dove vogliono loro, e così li riacchiappo, i pensieri, e mi siedo in poltrona, a leggere.
Adesso tuona, piove, ogni tanto si vede un lampo illuminare il cielo.
Sembra un temporale estivo e invece è solo primavera.

Conosco un posto.

Passeggiavo tra le mie cose, oggi, quando ho capito che certe cose non si perdono mai.
Uno scampolo di cielo, una fermata d’autobus, un muro scrostato proprio lì, come e dove te lo ricordavi, un’aiuola.
Ho capito che certe cose non si perdono mai, perché anche quando non sei tu a passeggiare tra loro sono loro che continuano a passeggiare dentro di te.

«Conosco un posto nel mio cuore
dove tira sempre il vento
per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento
non c’è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare»

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La strana popolazione di questo mondo.

Questa mattina facevo colazione in un bar di Via Sardegna seduta al sole, mentre, come spesso mi trovo a fare, raccoglievo le briciole del cornetto per metterle in bella mostra per gli uccellini di passaggio; arrivando avevo visto un intrepido passerotto che, oplà, ne aveva presa qualcuna nel becco ed era volato lontano, e io ho pensato di dargli una mano lasciandogliele in fila sulla balaustra.

Guardavo dall’esterno questo bar, pieno di scritte al suo interno, incuriosita da un’unica frase che partendo dall’angolo opposto occupava all’esterno due grandi vetrate che tra loro formavano un angolo di novanta gradi.
Io, da dove mi trovavo seduta, leggevo in pratica solo la seconda metà della frase, ma un po’ per curiosità e un po’ perché ho subito avuto la sensazione che ci fosse scritto qualcosa di bello, quando mi sono alzata per andare via sono risalita, come seguendo il filo di Arianna, all’origine.

La frase, era questa:
«Non ho mai incontrato una persona che non si potesse dire bella. Tutti sono belli a un certo punto della loro vita. Solitamente in diversa misura. Qualcuno lo è da bambino e non lo è più da adulto per esserlo magari nuovamente quando invecchia.»
Non c’era firma, alla fine, ma le altre frasi riportate all’interno del locale erano tutte di Andy Warhol e io non ho avuto alcun dubbio che anche questa fosse sua.

È buffo come poi certi pensieri si concatenino tra loro, e come all’improvviso mi sia trovata a pensare che in fondo tra ieri e oggi ho visto tante persone strane, in qualche modo brutte; ieri sera, all’inaugurazione di questo locale all’Infernetto che vorrebbe, credo, diventare un punto di incontro un po’ trendy di una zona dove di trendy c’è veramente molto poco, e subito dopo da Pompi, sempre all’Infernetto, mentre mangiavo il mio tiramisu alla fragola, in un luogo che sembra fuori dal tempo, e per finire anche questa mattina, negli uffici di una società assicurativa, dove mi sono trovata a pensare che piuttosto che lavorare in un posto del genere, imbalsamata in giacca e cravatta piuttosto che in tailleur ascellari mal portati e calze di pizzo come quelle che usavo negli anni Ottanta, andrei a zappare la terra, all’aria aperta e al sole.

Ma, come dicevo nel titolo di queste riflessioni a ruota libera, siamo tutti popolazione di questo mondo, più o meno strana, in cui ogni luogo ha un suo certo particolare tipo, esclusivo, di fauna locale.
In fondo l’avrà pensato qualcuno anche di me che stamattina, con venti gradi, giravo con pantaloni di velluto e collo di lana pesante, senza sapere che ho percorso trenta chilometri in moto, che c’era vento, che soffro di cervicale, che la schiena va coperta…

Grazie Andy, per avermi fatto capire che c’è bellezza anche dove non la vedi, che basta saperla cercare, o aspettare che arrivi. O che torni. Che tutti, a modo nostro, siamo stati, siamo, o saremo belli.

C’è vento.

Tornando a casa, mentre cerco inutilmente di dare un senso a un’uscita che mi era sembrata davvero avvilente essendosi conclusa con una rapida tappa da Acqua & sapone per acquistare gel e carta igienica, dopo la fallimentare missione cioccolata (sembra che le due cioccolateria di zona, aperte da pochissimo tempo, abbiano deciso entrambe di scegliere il giovedì come giorno di chiusura), mentre sono al volante incrocio un signore di un’età indefinita dai capelli rosso carota (sto guidando, non è che possa cogliere al volo tutti i dettagli) che cammina controvento sul marciapiede alla mia destra, proprio nel momento in cui il suo riporto svolazza modello ala dalla parte opposta a quella in cui abitualmente è collocato.
Poco più avanti, alla fermata dell’autobus, un gruppo di ragazzi ride. Chissà perché.
E penso: ma quanto siamo ridicoli quando vogliamo a tutti i costi apparire altra cosa rispetto a quello che veramente siamo?