(s)natale 2015

natalizietà

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

[Giuseppe Ungaretti, Natale]

Parole parole parole

Citazione

«Strano rapporto è quello che abbiamo con le parole. Ne impariamo da piccoli un certo numero, nel corso dell’esistenza ne raccogliamo altre che ci arrivano dall’istruzione, dalla conversazione, dal rapporto con i libri, eppure, a paragone, sono pochissime quelle sui cui significati, accezioni e sensi non avremmo alcun dubbio se un giorno ci domandassero seriamente se ne abbiamo. Così affermiamo e neghiamo, così convinciamo e siamo convinti, così argomentiamo, deduciamo e concludiamo, discorrendo impavidi alla superficie di concetti sui quali non solo abbiamo idee molto vaghe, e malgrado la falsa sicurezza che in genere ostentiamo quando tastiamo il cammino in mezzo alla nebulosità verbale, meglio o peggio continuiamo a capirci, e a volte persino ad incontrarci.»

[L'uomo duplicato - José Saramago]

Giorno della Memoria.

Citazione

La bella introduzione di Walter Veltroni a Sonderkommando Auschwitz di Shlomo Venezia.

«Ho un’immagine precisa di Shlomo Venezia: l’immagine di un uomo che racconta con fermezza, con precisione, l’inferno che ha visto e toccato, e così facendo restituisce a noi che possiamo soltanto immaginare quell’orrore, cosa ha voluto dire la vita in un campo di sterminio, l’essere considerato meno di un animale, l’essere sopravvissuto grazie al tremendo lavoro in un Sonderkommando di Auschwitz.

L’immagine che ho nella mia mente porta con sé, insieme, affetto e commozione, timore e ammirazione.

L’affetto che provo per lui, per la sua vicenda, per quello che egli ha vissuto e per la forza con la quale ha affrontato una simile prova.

La commozione per la forza umana e civile che Shlomo sa trasmettere ad ogni suo racconto.

Il timore per quanto bassa e orribile può essere la crudeltà dell’uomo sull’uomo.

E, infine, l’ammirazione profonda per la sua decisione di raccontare, per quell’atto stupendo e impagabile con il quale, come egli stesso confessa nelle pagine di questo bel lissimo libro, dopo esser risalito alla luce, dopo un silenzio durato anni, ha trovato il coraggio di parlare della propria esperienza, così come ormai da tempo fa in occasioni pubbliche, nelle scuole, con gli studenti che partecipano ai «Viaggi della memoria» organizzati dal Comune di Roma assieme alla Comunità Ebraica nei campi di sterminio.

Oggi, quando sto bene – scrive -, sento il bisogno di testimoniare, ma è difficile (…) Testimoniare nelle scuole mi procura molte soddisfazioni. Ricevo lettere commoventi da persone che sono state toccate da ciò che racconto. Mi dà conforto sapere che non parlo nel vuoto…

Ecco. Credo che con i suoi racconti, Shlomo vinca il buio e il pericolo che, per tutti gli uomini, questo vuoto rappresenta, trovando nella forza salvifica del ricordo, quel legame con la vita che gli ha permesso di superare tanto orrore e che può permettere a noi, oggi, di non ripetere una simile infamia.

È avvenuto – ha scritto Primo Levi -, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto… occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare degli incantatori, da quelli che dicono belle parole non sostenute da buone ragioni.

La forza del ricordo è una forza benefica e allo stesso tempo disperata.

Una forza che, nell’oceano di dolore che sono stati i Lager (e i Sonderkommandos in particolare), appare l’unica oasi di salvezza per la propria identità umiliata, torturata, negata.

Ma, oggi, per chi sceglie di raccontare, ricordare è anche una prova dura e dolorosa:

( ..) testimoniare rappresenta un enorme sacrificio – scrive Shlomo Venezia – riporta in vita una sofferenza lancinante che non mi lascia mai. Tutto va bene e, d’un tratto, mi sento disperato. Appena provo un po’ di gioia, qualche cosa si blocca dentro; la chiamo la «malattia dei sopravvissuti».

Proprio Primo Levi, con profondità e sensibilità, ha parlato ne I sommersi e i salvati di questa «malattia», ha parlato del diabolico meccanismo che la mostruosità del Lager mette in atto costringendo le vittime ad azioni che procurano loro un senso di colpa, quasi obbligandole ad assumere alcuni connotati dei carnefici.

È il meccanismo perverso che ha ideato i Sonderkommandos, le squadre speciali dove Shlomo era obbligato a lavorare come addetto al forno crematorio: l’esempio più crudele di come si possa distruggere l’umanità del prigioniero attraverso quei compiti orribili che egli descrive nel suo racconto.

Un modo per distruggere gli uomini, per renderli inaccettabili a se stessi, per tentare di trasferire su di loro l’abiezione dell’assassinio degli amici, degli indifesi, dei neonati. Di perdere definitivamente quel senso di innocenza che li distingueva dai carnefici.

Il racconto di Shlomo ci dimostra come, prima ancora di essere il campo della morte, il campo di sterminio sia stato il luogo di un esperimento atroce e orribile, in cui, al di là della vita e della morte, l’uomo si trasforma in non-uomo.

Ma, fortunatamente, ci dimostra anche che questo esperimento può fallire. Shlomo ha pagato un prezzo altissimo, fatto di orrore, di sangue, di dubbi e di interrogativi atroci. Qualcosa che nessuno di noi può minimamente avvicinare nella sua interezza, qualcosa che lacera indelebilmente quella «normalità» che è la condizione essenziale della nostra vita quotidiana: il senso del tempo che scorre, la pacatezza dell’aria o di un paesaggio, il sorriso di una persona, il fresco del vento.

Tutto, dopo un’esperienza come quella di Shlomo Venezia, è rigato, appannato. E ogni panorama, ogni campo, si trasforma sempre nel buio in cui è stato costretto a calarsi:

Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia. Qualunque cosa veda (..) Non ho più avuto una vita normale…

Eppure, Shlomo ha saputo uscire da questo incubo trasformando il suo dolore in una forza che ci trasmette affinché noi possiamo difendere quell’innocenza e quella normalità che gli sono state strappate. La trasmette a noi ogni volta che, come con questo libro, ripercorre il suo cammino tra i campi di sangue.

Leggendo il suo racconto, allora, sarà possibile sentire il coraggio civile di chi testimonia con una fermezza fatta, insieme, di tenerezza e di grande senso morale, di qua lità riassunte nel secco, stupendo incipit di questa sua lunga narrazione:

Mi chiamo Shlomo Venezia. Sono nato a Salonicco, in Grecia, il 29 dicembre 1923. La mia famiglia dovette abbandonare la Spagna al momento dell’espulsione degli ebrei nel XV secolo…

C’è un prima e un dopo in questo libro. Due confini precisi che si allargano alla storia di quello che siamo e siamo stati, e che un uomo, grazie a queste pagine, ci pone di fronte, affermando con precisione, con meravigliosa tenacia, il proprio essere, il proprio nome, la propria cultura, il proprio credo, tutto quanto egli ancora e più di prima oggi «è». Tutto quanto ha resistito e deve resistere affinché la sua speranza e quella di tutti noi possano continuare ad essere vive.»

[Walter Veltroni]

 

Furore

Citazione

Parole che lette oggi fanno paura come ieri. Forse anche più di ieri.
Incredibile pensare che siano passati più di settant’anni e che nulla sia cambiato.

«[...] E le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro.
E le imprese, le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.»

[Furore - John Steinbeck]

Citazione

«Lei gli si avvicinò con delicatezza, silenziosa con i suoi piedi scalzi, e aveva il viso pieno di meraviglia. Con la piccola mano gli toccò il braccio, saggiò il vigore dei muscoli. Poi le dita salirono fino alla guancia come avrebbero fatto le dita di un cieco. E la sua gioia ebbe qualcosa del dolore.»

[Furore - John Steinbeck]

L’attesa

Citazione

- Perché esiste l’attesa?
- L’attesa di che cosa?
Feci una pausa. Riprese con tono più gentile: l’attesa di cosa?
- Se mamma non viene, tu l’aspetti?
- Certo.
- Se manca la luce aspettiamo che torni?
- Non riesco a seguirti, ma non fa niente. Sì aspettiamo che torni.
- Per ogni cosa che fa tardi e bisogna aspettare, noi siamo sempre in attesa?
A questo punto la mia dizione si fece più incespicata.
- Papà, se io non voglio stare in attesa e voglio stare senza attesa, posso?
Allora interruppe di radersi, aprì del tutto la porta e, come se avesse capito una cosa, non so quale, disse solo così: ”Se tu sarai capace di stare senza attesa, vedrai cose che gli altri non vedono”. Poi aggiunse ancora: ”Quello a cui tieni, quello che ti capiterà, non verrà con un’attesa”.

(Erri De Luca – Non ora, non qui)

L’anno della morte di Ricardo Reis

Citazione

La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice.

José Saramago

«Madame de Mauves»

Citazione

Madame de Mauves – Henry James

[...] per chi non prende la vita come una messa di cinquant’anni, l’unico modo di prenderla è come un gioco d’astuzia.
Per non perdere al gioco della vita, tu devi, non dico barare, ma non esser troppo sicura che il tuo vicino non bari, e non perdere il controllo di te stessa se bara.
Non perdere, mia cara, ti prego; non perdere.
Non essere né sospettosa né credula, e, se trovi il tuo vicino in agguato, non far strepito, ma, con molto garbo, aspetta che venga la tua ora.
Nella mia vita, mi sono presa più di una “revanche”, ma giuro che la più dolce vendetta ch’io potrei prendere sulla vita nel suo insieme sarebbe di mettere la mia esperienza a profitto del tuo benedetto candore.