«Madame de Mauves»

Citazione

Madame de Mauves – Henry James

[...] per chi non prende la vita come una messa di cinquant’anni, l’unico modo di prenderla è come un gioco d’astuzia.
Per non perdere al gioco della vita, tu devi, non dico barare, ma non esser troppo sicura che il tuo vicino non bari, e non perdere il controllo di te stessa se bara.
Non perdere, mia cara, ti prego; non perdere.
Non essere né sospettosa né credula, e, se trovi il tuo vicino in agguato, non far strepito, ma, con molto garbo, aspetta che venga la tua ora.
Nella mia vita, mi sono presa più di una “revanche”, ma giuro che la più dolce vendetta ch’io potrei prendere sulla vita nel suo insieme sarebbe di mettere la mia esperienza a profitto del tuo benedetto candore.

Strani segnali dall’iperspazio.

Il 4 ottobre (il perché di tanta precisione sarà presto chiaro) sono a casa di mio fratello e mi trovo ad armeggiare con il cellulare di Lorena, mia cognata: decido, poiché lei non sa farlo e vorrebbe tanto poterla avere, di configurarle la posta elettronica.
Non che io sia bravissima, ma sono quello che si dice (almeno, quello che io mi dico) una smanettona e quindi, anche se il telefono è completamente diverso dal mio, ci provo: tuttalpiù, mi dico, resterà tale e quale, cioè senza email sul cellulare.
Provo di qui, copio di là, alla fine, in qualche modo – esultanza baci abbracci e sorrisi – configuro.
Per aver la certezza di aver fatto le cose perbenino faccio quello che di prassi faccio anche sul mio computer quando aggiungo una nuova casella di posta: mi invio una email dal suo cellulare, e dal mio ne invio un paio a lei da due diversi account di posta.
Tutto bene, tutto funziona: riceve e invia, grazie grazie, fine della storia.

Credevo.

Perché oggi, 16 maggio, quindi sette mesi dopo, ricevo questa email da un indirizzo che, a colpo d’occhio, avrei giurato essere quello di Lorena:

«Ciao,
non ricordo chi sei ?
Fammi sapere
Lorenzo»

Ehhhh? Mi chiedo di istinto, come non ricordi chi sono, ma soprattutto perché Lorena si firma Lorenzo???
Subito dopo rifletto, realizzo, ricostruisco passo passo quanto scritto sopra e capisco: sette mesi fa, una delle due email che ho inviato l’ho mandata a chissà chi, sbagliando l’indirizzo del destinatario.

Certo, mi dico anche, che questo Lorenzo, probabilmente, anzi sicuramente, separato dall’indirizzo email di mia cognata da un punto o da chissà cos’altro, al quale ho inviato per sbaglio una email con scritto solamente «Prova», ha i tempi di reazione di un bradipo in letargo!
Chissà, in altri tempi, io che credo alle coincidenze, avrei pensato a un segno del destino, a un messaggio lanciato nell’iperspazio da chissà quale Principe Azzurro, mentre oggi, molto più banalmente, mi trovo a considerare che sia solo l’incontro casuale – alla «Le ho mai raccontato del vento del Nord» che non sarà – tra due storditi cronici: una distratta smanettona e un bell’addormentato nel web.

Oggi, perché.

Ho sempre pensato che stringere amicizia da adulti fosse una cosa difficilissima, praticamente impossibile.
Me ne convinco sempre più, consapevole del fatto che dopo una certa età gli incontri avvengono perlopiù legati all’ambito lavorativo, a frequentazioni indotte (il fidanzato dell’amica storica, gli amici degli amici, gli amici di infanzia del marito/fidanzato), o a incontri casuali, e che difficilmente ci si incontra o ci si lega perché ci si sceglie.
Esistono rare eccezioni, ma sono appunto più rare che trovare una perla in una conchiglia, soprattutto in un’era, come questa, in cui i vari Facebook e Twitter, ma anche aNobii e Goodreads, ti fanno credere di avere all’improvviso un mucchio di amici.
Ecco, è già da tempo che mi trovo a riconsiderare e a soppesare la parola amici, a chiedermi perché nella lingua italiana, tanto ricca di parole per ogni cosa, non esista un sostantivo che definisca quell’ibrido umano che amico non è ma che è un po’ più, o magari molto di più, di una semplice conoscenza.
Forse perché, mi dico oggi, non esiste una relazione intermedia, o si è amici o non lo si è, e siamo solamente noi, desiderosi di ricevere molte più attenzioni di quante gli altri siano disposti a concedercene, che non riusciamo a capire che se non si è amici si è semplicemente conoscenti, e che non basta ‘condividere’ foto, stati d’animo o libri letti e film visti per diventare qualcosa di più.
Esistono simpatie istintive, possibilità di amicizia, affinità elettive, identità di vedute… ma poi, in fondo, le relazioni sono come un bocciolo in primavera: se non sboccia persino la gemma più bella è destinata prima o poi a cadere, a non diventare mai fiore.
Ecco, c’è sempre da imparare, da mettere nuove bandierine nella propria esistenza, boe dove ricordarsi di virare, dove capire che è arrivato il momento di invertire la rotta, o di prendere il largo e andare verso nuovi mari, o alla quale appoggiarsi per fermarsi a riflettere sul fatto che le persone sulle quali contare, nella vita, sono davvero molto poche, e che difficilmente si incontrano online.
(Ma una o due, nel mio caso anche tre, è possibile, sì, è possibile, quindi perché non accontentarsi?)

[Oggi, perché ho messo una nuova boa.]

«C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato».
(Antoine de Saint-Exupery – Il Piccolo Principe)

Oppure se.

Chissà come saresti stato, mi chiedevo ieri.
Mamma ti aveva portato una rosa e io pensavo che penso a te solo in questi giorni di maggio, in quei cinque giorni che sei stato su questa terra, insieme a me.
Dico la verità, nemmeno sempre penso a te, in questi cinque giorni dell’anno, a volte me ne ricordo il giorno dopo, a volte quando ormai maggio è passato.
Ma ieri ero là, davanti a quel nome e cognome che mi ricorda che anche tu sei una parte di me, e con una rosa in mano ho pensato a te e all’uomo che saresti stato, e mi sono chiesta se saresti stato come me, oppure no, se avresti avuto i capelli neri come me e Silvia, o più chiari e ricci come Francesca e Alessandro, se avresti amato la matematica o disegnare, o tutte e due come papà, oppure se avresti amato insegnare come mamma, oppure cantare, oppure se…
Chissà cosa ne sarebbe stato di te, pensavo ieri con quella rosa in mano, e forse per la prima volta, ieri dopo quarantaquattro anni, ho sentito la tua assenza.

Il coraggio di parlare.

Ci sono due cose che mi colpiscono in questa storia, due più di altre.
La prima è questa foto: è da ieri che la guardo, che ogni tanto torno a guardarla, e penso, in un momento in cui tutti ci siamo fermati a chiederci, senza riuscire a immaginarlo, cosa possa essere stato vivere segregata e strappata per dieci interminabili anni alla propria vita, alla smorfia di dolore e di incredulità che si legge sul volto della sorella.
Ritrovare una sorella dopo dieci anni, una sorella che forse si credeva di non rivedere mai più, una sorella della quale adesso si saprà cos’ha sofferto e cos’ha vissuto a pochi passi dalla sicurezza e dal calore della propria casa, si può riuscire a immaginare anche questo, cosa voglia dire ritrovare qualcuno che si credeva perduto per sempre?
Ecco, su quel volto c’è una gioia che è talmente vicina al dolore da farmi riempire gli occhi di lacrime, di gioia e di dolore ogni volta che la vedo, senza riuscire a fare a meno di guardarla.

Amanda Berry, al centro, tra la sorella e la figlia nata durante la prigionia.

Amanda Berry, al centro, tra la sorella e la figlia nata durante la prigionia.

E poi queste parole, le parole conclusive dell’articolo pubblicato su Il Corriere della Sera online, «Quante altre Amanda o Gina sono in mano a sadici che le trasformano in schiave?».
Ecco, queste parole mi mettono i brividi: se non ho, se non abbiamo la forza di pensare a come abbiano fatto queste tre ragazze, oggi giovani donne, a trascorrere così dieci anni della propria vita, pensieri che altre storie, stesse storie, già vissute in passato a Vienna da Natasha Kampusch riportano alla mente, immaginare che ci siano (e sicuramente ci saranno) altre donne che stanno vivendo una situazione analoga, ha un effetto devastante, e il senso di impotenza che mi prende si tramuta in rabbia, una rabbia che però non trova sfogo.
L’unica speranza, ma questo articolo purtroppo di speranza me ne lascia molto poca, è che chi sappia o sospetti qualcosa, si ricordi di essere parte di una società civile, e decida di fare quello che gli abitanti di Cleveland non hanno saputo fare: parlare.

Pietre da scagliare.

Quando dico «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» non lo dico tanto per dire, sono parole in cui credo.
Qualcuno potrà dire perché non sono mai stata veramente toccata dal male, rispondo che è possibile che sia così, anche se preferisco pensare di essere veramente così, capace di credere veramente in quello che dico, nel bene e nel male.
Quindi oggi se ne va un pezzo di storia italiana che, nel bene e nel male, si porta via piccoli e grandi segreti, silenzi a domande che probabilmente non avranno mai risposte, dubbi che forse saranno destinati a rimanere tali per sempre.
Non ho pietre da scagliare, però, nessun veleno da sputare, nessun augurio di bruciare all’inferno per l’eternità; sono serena, la stessa serenità che mi auguro abbia potuto avere Giulio Andreotti in punto di morte, perché se considero fallibile l’uomo considero infallibile Dio, e questo mi basta per avere la forza di non desiderare mai vendetta, ma solo giustizia, magari eterna.

Piccole sorprese.

Starnone e le mie nuove piantine grasse

Starnone e le mie nuove piantine grasse

Che poi io ci credo davvero a incroci e coincidenze, a incontri fortuiti che cambiano l’andamento delle cose, a piccoli sommovimenti che danno una svolta imprevista al quotidiano.
E quindi anche recarsi il Primo Maggio in un vivaio immerso nel verde per acquistare una rosa (e uscirne anche con due piccole piante grasse), essere invitati a sorpresa a un barbecue fra parenti e amici che la famiglia Armeni ha allargato ai pochi visitatori del momento e scoprire, mentre si percorrono le serre avanti indietro in cerca di piccoli tesori con le spine o senza, un prezioso angolo di BookCrossing dal quale sottrarre «Fuori Registro» di Domenico Starnone, per me è uno di quei piccoli e infinitesimali segni che mi rassicurano sul fatto che la vita è piena di sorprese, alcune delle quali solo apparentemente insignificanti.

La verità, soltanto la verità

Citazione

«Ormai non ho altro che ricordi.»
«Non è quello che ci resta sempre alla fine?»
«No.» Penso alla mia routine all’Hotel de Rouen, il conforto che quei rituali mi danno. «Potevamo avere una vita insieme, rinforzata da piccoli gesti, da gentilezza e tenerezza. Potevamo avere una vita di esperienze condivise.»
«Lo pensi davvero?» Adèle mi posa la mano sul braccio. «Non ti ho dato che ritagli, Charles.»
Ma erano dei ritagli meravigliosi. Ritagli del merletto più prezioso. Penso al suo velo nuziale, piegato e legato con il nastro, conservato nel cassetto della mia scrivania insieme alle sue lettere.
C’è stato un tempo in cui avrei seppellito le mie mani fra i capelli di Adèle, in cui l’avrei scongiurata di scappare via con me, ma in sua assenza qualcosa è cambiato. Ho trascorso mesi in solitaria reclusione a scrivere il mio romanzo. I miei pensieri sono diventati movimenti solitari. Ho scritto del mio amore per Adèle e forse, in qualche strano modo, la scrittura ha rimpiazzato l’amore vero e proprio.

Helen Humphreys

Ho fatto un sogno.

Questa notte ho fatto un sogno.
Dormivo e stavo sognando e qualcuno nel sogno mi diceva la parola cavatappi, e io capivo che era una cosa importante che dovevo ricordare, a tutti i costi.
Non apribottiglie, non qualcosa di simile, ma proprio cavatappi.
Al risveglio mi trovavo a vagare per le vie di Roma, per una Roma che non conosco ma che ora ricordo bene di aver già visto altre volte, chissà quando.
In particolare ricordo un incrocio, uno snodo di strade che mi è familiare, che ho percorso già altre volte, ma quando non so.
A un certo punto, camminando, da sola in mezzo alla gente, ricordo il sogno e mi torna in mente quella parola, che più che essere utile ad aprire una bottiglia, adesso sembra essere diventato un lasciapassare, o un grimaldello per aprire chissà quale cassaforte.
Poi più niente, non ricordo altro, così come questa mattina al risveglio.
Ora, all’improvviso, riaffiora, e io, oltre a sentirmi come Woody Allen in «Madagascar», comincio a chiedermi cosa la mia mente mi stia chiedendo di fare, con quel cavatappi.
Nel dubbio interrogo la Smorfia e me lo gioco al Lotto.