In due sul divano.

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia la zampina.

Mentre io leggo «Vita e destino», Emma dorme beatamente (russa, persino, evidentemente per restare a tema).
Ogni tanto, goduriosa, allarga le dita della zampa posteriore, senza che questo modifichi di nulla la sua posizione a ciambella.
Non so quale sarà il mio destino, ma so per certo che la sua è una gran bella vita.

Metti un’analfabeta in famiglia.

Ieri, mal di testa e cervicale da mettersi a urlare, appena rientrata in casa dopo essere stata in farmacia, mentre mi sto finendo di mangiare un hamburger al solo scopo di mettere qualcosa nello stomaco per poter prendere un Oki, suona il telefono.

Mamma - Ti ricordi che alle due e mezza devi andare in quel posto?

Io - ???

Mamma - Lì, alla scuola per il corso di computer…

Io - Ah! No che non mi ricordavo… Però vado solo a sentire un momento e poi torno subito a casa che ho la testa che mi scoppia. (L’alunna è lei ma già cominciamo con le assenze e le giustificazioni…)

Sono le due e cinque, quindi giusto il tempo di lavarmi i denti e vado.

Il corso ‘per il computer’ è un corso al quale la genitrice, analfabeta informatica, si è iscritta scovandolo non so dove e che si svolge all’interno di un Liceo della zona di Casalpalocco.

Vado lì e trovo all’accoglienza una giovane professoressa, che si occupa di gestire il progetto, dal sorriso aperto e dai modi cordiali.

Io abbasso notevolmente la media di età, che si aggira intorno ai settant’anni, uomini e donne, completamente digiuni o già esperti (sono al secondo anno!) con portatile incorporato, ma sia io che la professoressa ci teniamo a precisare che non sono una partecipante, ma solo una ‘figlia di’.

Saliamo al piano di sopra e… ma è un’aula bellissima, ci saranno una ventina di computer, tutti collegati a Internet, non sembra nemmeno di essere in una scuola italiana e, stupore e meraviglia, scopro  anche che quello al quale si è iscritta ‘l’analfabeta informatica’ è un progetto bellissimo che si chiama ‘Nonni su Internet‘, e che per ciascuno di loro, per ciascun nonno, ci sarà un tutor, e che il tutor non è nient’altro che uno studente liceale, forse un piccolo nerd!

E infatti vedo questo ragazzino, quindici, forse sedici anni, sguardo pulito e timidissimo, ma che sicuramente saprebbe dare ripetizioni di informatica anche a me, che viene immediatamente dirottato dalla professoressa verso una nonna.

Io resto lì il tempo necessario a prendere e dare qualche informazione, a essere informata sul fatto che i tutor apriranno una casella email a ogni nonno (e già, perché ci saranno anche le esercitazioni a casa cari nonni, qui si studia davvero, che vi credevate di fare balli di gruppo?) e mi congedo.

Ma cosa avrei dato per vedere il piccolo tutor all’opera!

Tamarreide.

Secondo Paolo Virzì, meglio ancora secondo l’illustre critico cinematografico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti nella sua recensione all’ultimo film di Virzì «Tutti i santi giorni», i poveri Guido e Antonia sono sfortunati, perché «il mondo che li circonda, in un caseggiato popolare di Acilia non è esattamente il top della raffinatezza e del buongusto», vivrebbero, poveri loro,  proprio in una sorta di Tamarreide, il regno del cafone per intenderci.

Peccato che io in quel condominio, quello dove è stato girato il film, ci abiti da quasi sette anni, e pur riconoscendo che questa zona di Roma, non proprio Acilia per l’esattezza, non sia il massimo dello chic, non la riconosca affatto nella descrizione del Mereghetti.

Intanto, come si può notare perfettamente nel film, si tratta di palazzine di due piani e non di caseggiati, poi di popolare non hanno proprio nulla, visto che sol due anni fa 72 mq venivano venduti (e acquistati) a 300mila euro.

Tutti gli appartamenti al primo piano hanno i giardini e gli inquilini, cioè i miei vicini di casa (inclusa me) hanno veramente ben poco dei tamarri vicini di casa della coppia protagonista del film. Insomma, noi lì ci abitiamo, tutti i santi giorni, e siamo anche piuttosto felici di non respirare lo smog di Roma Centro e di avere il mare a dieci minuti di macchina  tutti i santi giorni: tamarri sarete voi!

Oh, questo lo dico perché se per un disgraziatissimo caso il mercato immobiliare nella mia strada dovesse colare a picco, qualcuno - ma io gli faccio causa a questo, ha detto oggi ilChicco! - potrebbe offendersi e prendersela con i suddetti.

Niente di personale, sia chiaro, solo esigenze di copione per loro ma anche per noi.

(Che poi il film è carino, per due terzi, ma il romanzo «La Generazione» di Simone Lenzi, è decisamente molto più bello)

laPitta

Meno male che c’è il Profiterole.

Orecchie otturate da una settimana, aerosol con Flumucil antibiotico e Efferalgan, cervicale trattata questa mattina con Oki.
Può bastare?
Pensare che sembra ieri che avevo vent’anni, e come diceva sempre nonna Gina, ero un grillo!

[edit] Dimenticavo: ilChicco russa già da almeno un’ora sul divano, tutt’uno con Emma.

Libera di sognare.

C’è una fase nei sogni, succede anche a me che ne ricordo pochissimi, che mi piace moltissimo: è quella in cui, se quello che sto facendo non è propriamente un bel sogno ma nemmeno un incubo che mi faccia svegliare di soprassalto, mi rendo conto che quello che sto vivendo non è reale, e senza nemmeno dover aprire aprire gli occhi posso dirmi sorridendo, al buio, senza essere nemmeno troppo sveglia, «Ehi, ma non è vero!» e continuare serenamente a dormire. E a sognare qualcosa di più bello.

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Eccomi qua.

In attesa del temporale, del nubifragio, della tempesta.
La prima tromba d’aria, anzi la seconda parrebbe, ci ha già sfiorati.
Io quando piove, quando cadono i fulmini, vado in carenza di ossigeno, il cuore inizia a battermi fortissimo, i brividi percorrono il mio corpo come una ventata gelida improvvisa.
Ma poi so che passerà, che tutto tornerà come prima.
Più o meno.

un giovedì da desperate housewive.

Fuori ci sono ventiquattro gradi, il cielo è celeste chiaro spruzzato di qualche nuvoletta bianca quando decido che è giunto il momento di portare il piumone matrimoniale nella lavanderia a gettone di Casalpalocco.
Non sono mai entrata in una lavanderia a gettone, ma non sarà poi così difficile mi dico, e poi la mattina, mi dice la mamma, c’è la signora che ti aiuta.
E in effetti è facilissimo, basta infilare il piumone nell’apposita lavatrice (sulla quale c’è scritto a seconda della capienza se e quanti piumoni introdurci), selezionare la temperatura (65°, ché era la prima volta che non lo lavavo a secco e con due gatte e due umani che ci si rotolano tutto l’anno è meglio), infilare monete da due euro/un euro/cinquanta centesimi per un totale di sei euro e cinquanta nell’apposita fessura, pigiare sul tasto ‘start’.
Attendere trentacinque minuti che, vista la splendida giornata, impiego nell’ordine per:

prendere un cappuccino (chiaro al vetro con una spolverata di cacao),
sedermi sulla panchina a leggere «Cold Spring Harbor» di Richard Yates,
dare un’occhiata alle bancarelle fronte Posta.

Trascorsi i trentacinque minuti, sempre guidata dalla gentilissima proprietaria della lavanderia, afferrare il piumone e trasferirlo nell’asciugatrice, infilare monete da due euro/un euro/cinquanta centesimi per un totale di tre euro, nell’apposita fessura, pigiare il tasto ‘start’.
Attendere trenta minuti (ma anche dieci, venti, o quaranta, a seconda della frazione di tempo prescelta) che, ormai desiderosa di ombra, decido di trascorrere restando seduta all’interno del locale, durante i quali:

continuare a leggere il mio libro,
ascoltare le chiacchiere e le ricette delle altre desperate housewives,
interagire e rendermi utile alla comunità autoctona fornendo la ricetta dell’hummus.

Ma che bello.
A qualcuno sembro disperata abbastanza?

Sotto al livello del mare.

Riflesso

Impianto Idrovoro della Bonifica di Ostia

Il Canale

Questo è un posto magico, che emana un fascino difficile da raccontare.
Eppure, la storia che oggi ci ha raccontato Lorenzo, la giovane guida che ci ha illustrato per oltre un’ora e mezza la storia della bonifica del 1884 effettuata nella zona in cui (ignari) viviamo da anni, è una di quelle storie che nobilitano l’uomo, il suo ingegno, la sua capacità di elevarsi e farsi strumento di vita per i suoi simili e per l’ambiente che lo circonda, una storia nitida, una storia da respirare a pieni polmoni.
L’Ecomuseo del Litorale, noi abbiamo visitato il Polo Ostiense e presto ci recheremo a visitare anche quello di Maccarese, è immerso nel verde: parcheggiando, dall’altra riva del canale un airone cinerino ci guardava sospettoso, mentre una garzetta e uno stormo di anatre si alzavano in volo disturbate dai nostri sguardi.
Le sale del museo sono talmente cariche di storia, di umanità, di sudore, delle nostre radici, che viene voglia di restare lì per scrutare quei visi uno a uno, di leggere ogni parola, ogni testimonianza.
Sono luoghi in cui, prima ancora che nelle Paludi Pontine, si rese necessario l’intervento dell’uomo: perché erano terre malariche, dove la mal’aria uccideva senza che ancora se ne capisse il perché, e perché Roma capitale non poteva politicamente permettersi di essere immersa in una palude.
Ed è stato emozionante scoprire che l’Ospedale Grassi di Ostia deve il suo nome all’uomo che per primo capì che a uccidere non era l’aria, ma una zanzara, che il Ponte della Scafa si chiama così perché era la scafa che trasportava le persone da una riva all’altra del Tevere, che Via dei Romagnoli rende onore a quei coloni, oltre quattrocento, che dalla Romagna arrivarono fino a Ostia per scavare tutti quei canali che ancora oggi permettono alle acque di correre verso il mare anziché stagnare nei campi, che all’Idroscalo di Ostia partivano e atterravano idrovolanti, e che il Lido di Ostia solo prima della guerra mondiale, la seconda, era un luogo dove si recava in vacanza solo l’élite romana, e che gioielli architettonici come la Stazione Vecchia e lo Stabilimento Roma furono – ahimè – fatti saltare dai tedeschi per paura dello sbarco degli americani.
Che dire poi delle proiezioni nella saletta del museo dedicata ai film della rassegna «L’arte del lavoro»?
Il programma è bellissimo – noi oggi abbiamo visto «Nanook of the North», documentario del 1922 di Robert J. Flaherty – e i due padroni di casa, il museo è privato, sono due persone deliziose, competenti e ospitali.
Ci è sembrato quasi di essere entrati nella loro casa, di essere accolti come si accolgono persone di famiglia, o amici, che non si incontrano da qualche tempo, di essere guidati con orgoglio a scoprire tutto quello che era successo durante la nostra assenza, mostrandoci ricordi, vecchi cimeli e fotografie.
E forse siamo stati veramente a casa loro, una casa che adesso è anche un po’ nostra.

Incontri da Sma*

Ci incontriamo al banco della gastronomia, io gli dico ciao, lui si volta credendo (e convincendosi) che abbia salutato la signora al suo fianco.
In realtà salutavo proprio lui, incendio mai divampato, fiamma mai accesasi, spasimante dei miei trent’anni.
Lui prende un etto di affettato di petto di pollo senza latte (senza latte???).
Io un paio d’etti di bresaola e affini (ché Chicco sta facendo la Dukan).
Che tristezza (penso di tutti e due).
Incrociamo i carrelli dopo pochi minuti in un’altra corsia, ma a quel punto sono io che distolgo lo sguardo e mi concentro sul dileguarmi all’istante, cercando anche di essere più invisibile di quanto già non sia.
Accidenti, penso, devo essere proprio invecchiata per non riconoscermi.
Poi ci ripenso, sorrido, e mi dico che no, è lui che si è rimbambito, con il capello biondo mechato e il mocassino blu scamosciato senza calzini, io sono sempre uguale, io!
(Oh Fabio, ma come fai a non ricordarti del Nutella Party, non era molto meglio limitarsi alla cioccolata?)

*(Lo so che abbiamo abbandonato la Sma per il Todis, ma al Todis i buoni pasto non li prendono!)