Un po’ per gioco, un po’ per indignazione.

Si fa un gran parlare in questi giorni della definizione data da Beppe Grillo di quanti commentano criticandolo o insultandolo, lui e il Movimento Cinque Stelle; pare che tutti indistintamente, si sia stati riuniti sotto l’etichetta di «Schizzi di merda digitali».
Noi che solo sei anni fa venivamo definiti elegantemente dei «coglioni», solo perché abbracciavamo idee di fede politica opposta, oggi ci troviamo ad appartenere, in una strana evoluzione della specie che da organica si tramuta in digitale, ad una nuova razza.

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Ho udito cose che voi umani…

Io lo dico che si addormenta tutte le sere sul divano, e fin qui niente di strano.
(La rima è fortuita)
Quello che dico, e spesso sono costretta a raccontarlo solo a me stessa, è che vaneggia.
Ieri notte, poco prima dell’una, anziché lasciarlo a dormire abbracciato a Emma come tutte le notti, lo scuoto leggermente per dirgli di venire a letto.
(Non sono del tutto insensibile, a volte ho anche qualche moto di tenerezza, io)

Il dialogo che segue, condito di grugniti risatine e principi di… – come si chiama il verso che fa uno che russa? Ok, quello – è più o meno il seguente.
Anzi no, diciamo che al novanta percento è proprio il seguente, perché questa volta me lo sono scritto:

Io – Chicco, vieni a letto.
C – Cosa?
Io – Vieni  a  l e t t o.
(Faccio sempre così, scandisco la parola letto sperando che penetri più rapidamente possibile attraverso la corteccia cerebrale)
C – Guarda che ho capito, io  me lo ricordo…
(E sorride. Beh, almeno quello)
Io – Cosa?
(Maligna, perché già so che sta iniziando a dire cose a vanvera e mi diverto a sollecitarlo)
C – Questo che hai detto… che c’era un carabiniere…
Io – …?
(Emetto un suono simile a una risatina trattenuta)
C – È inutile che ridi, guarda che è una cosa vera…
Io – Ma cosa?
(Perfida)
C – Quando… come si dice?

Un momento di silenzio, e ricomincia a russare.
Però a questo punto lo acchiappo, lo scuoto di nuovo, riesco a farlo alzare e, continuando a chiedergli chi fosse quel carabiniere, lo indirizzo verso la stanza da letto.

Caro papà,

tu che mi manchi, eppure ci sei.

«Non era un padre qualunque, era il padre, con tutto quello che c’è da odiare in un padre e tutto quello che c’è da amare in un padre»

(Philip Roth – Patrimonio)

Conosci la terra dove fioriscono gli ulivi?

E poi oggi decido di fare tutto al contrario, prendere le foto da Facebook e portarle sul blog.
Perché in fondo, questa volta, c’è poco da dire, sono immagini che parlano da sole, luoghi in cui le ombre degli ulivi si appoggiano ai mattoni e alle scanalature delle colonne, e in cui ombre e mattoni, abbracciati, si allungano fino a toccare il cielo.
Sono luoghi che amo, luoghi in cui un giorno tutto è finito, e poi, come se il silenzio che da lassù si disperde per le vallate avesse trovato una voce, lo stesso giorno di qualche anno dopo, tutto quello che è seguito ha avuto inizio.
Ho la Sabina nel cuore, nella mente, negli occhi.

«Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa»

(Pedro Salinas)

Analisi logica.

Sabato ritiro le analisi del sangue e c’è un valore fuori posto, poco più alto del voluto, uno di quei valori che a leggerlo più che un qualcosa che abita dentro di te già ti sembra un insulto: gamma glutamiltrasferasi.
Ovviamente consulto Google, leggo che in qualche modo riguarda il fegato, decido che tutto sommato è meglio decidere di non capirci un’acca (cosa in fondo del tutto vera) e rimando al giorno in cui chiamerò la dottoressa.

Chiamo la dottoressa, lunedì pomeriggio, e le dico di questo valore.
In verità ce ne sarebbe anche un altro al di sotto del livello di guardia, ma sia io che lei decidiamo che non è importante e ci concentriamo sul gammaglutamiltrasferasi.

Lei – Ha preso qualche antidolorifico?
Io – No, non direi.
Lei – Qualche altro tipo di farmaco?
Io – No, mi sembrerebbe proprio di no.
Lei – Uhm, perché questo è un valore che blablabla… fegato… e poi, blablabla, farmaci… e quindi, bla.
Io – Magari nei giorni immediatamente precedenti alle analisi può essere che abbia bevuto un po’ più di vino rispetto al solito, ma sinceramente non ricordo…
Lei – Ah, ecco. Questo – sospira – le devo dire di non farlo.
Io (con le orecchie basse, anche se al telefono non si vede) – Sì certo, ha ragione.
Lei – Comunque, io non gli darei troppa importanza, ma fra tre mesi ripetiamo le analisi.

Io, che poi ci ripenso: ma così ho fatto la figura dell’alcolista nota, e non bevo vino nemmeno tutte le sere, il mio un po’ di più del solito si riferiva al fatto che magari per un paio di giorni ho bevuto due bicchieri di vino a cena… Che cosa penserà di me, ora, la mia dottoressa?
Che faccio, la richiamo per tranquillizzarla e raccontarle anche di tutti quei fritti e quella cioccolata, o lei avrà già chiamato la mia mamma per dirle di non perdermi d’occhio?

Il mistero delle visite scomparse.

Non è un post, questo, è una prova.
Più che una prova la ricerca di un indizio, di qualcosa che mi aiuti a capire cosa accidenti sia successo, o stia succedendo, al mio blog.
Quindi non domandatevi e passate pure silenziosi.
Sarà mica colpa di quel cavolo di SEO che ho usato nel post precedente?

A picco.

A picco.

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Fronte mare.

Fronte mare.

Fronte mare.

Quando mamma e io ci sediamo su quella panchina, al curvone del lungomare, non è ancora mezzogiorno.
Il clima è piacevole, c’è appena un po’ di vento, e l’invito a fermare la macchina per sedersi davanti al mare è di quelli ai quali è impossibile resistere.
Loro due, un’anziana coppia, arrivano insieme a noi, e insieme, noi da sinistra e loro da destra, convergiamo sulla stessa panchina.
Ma c’è posto per tutti e quattro, la panchina è grande, e complice anche il fatto che sia lui che mia madre hanno le stampelle, ci sediamo fronte mare e iniziamo a scambiare qualche parola.

- Lui è una lagna, dice lei, lei ha fatto solo una cosa giusta nella vita, dice lui.
- Sposarla? dico io.
- Certamente, risponde lui.
E mentre ci raccontano, lei di quando si è rotta un tendine sollevando un tappeto persiano di ventitré chili per spostarlo nella vasca da bagno, lui della sua paura di esporsi al sole senza protezione perché ha la pelle chiara e due dermatologi gli hanno detto che potrebbe rischiare un tumore della pelle, mentre lei ribatte che tanto, a ottant’anni, se non è un tumore sarà qualcos’altro perché di qualcosa si deve pure morire, e ci racconta di quando in gita a Nizza si è rotta una vertebra perché il pullman sul quale stava viaggiando aveva inchiodato all’improvviso e di quanto si era arrabbiata, in ospedale, perché tre giorni dopo aveva un bellissimo concerto classico a Ravello, mentre lui si lamenta, e gira le spalle a lei a noi e al sole per non scottarsi, perché diventa subito rosso, dicendole che devono proprio andare, mentre lei dice che è proprio una lagna, lui, e accompagna la parola lagna scuotendo le due mani a indicare che più che una lagna è proprio una gran rottura, mentre succede tutto questo io me li guardo sorridendo e penso che sono proprio una bella coppia.

Poi, poco prima di alzarsi, lei ci dice, quasi ridendo: – E siamo separati da vent’anni, proprio dal tribunale di Roma, perché già non ci sopportavamo vent’anni fa!
E mentre io e mamma sgraniamo gli occhi, aggiunge,
- Ma da vecchi, ci si aiuta.

E io e il mio cuore di burro, guardandoli mentre si allontanano insieme lentamente, lui appoggiato alle stampelle e lei al suo fianco, ridiamo e ci commuoviamo a pensare a quest’uomo e questa donna che si sono scelti due volte.