Memento.

«Almeno una volta al giorno, una cellula del tuo corpo subisce una mutazione che la rende potenzialmente cancerosa. Con la stessa frequenza, il tuo sistema immunitario la individua e la uccide, salvaguardando la tua salute. Ti rendi conto di quanto è stupefacente questo meccanismo? C’è qualcosa che ti protegge e veglia su di te tutto il tempo senza che tu ne sia cosciente. E se ti dicessi che questo aspetto fisiologico del tuo organismo ha un equivalente psichico? Se, in altre parole, avessi dentro di te un’intelligenza superiore il cui compito è tenerti lontano da problemi inutili e rischi stupidi? Ebbene, secondo me questa facoltà protettrice esiste. E funziona meglio se ne sei cosciente e le chiedi di guidarti e di consigliarti. Le prossime settimane saranno il momento ideale per approfondire il vostro rapporto.»

(L’oroscopo di Rob Brezsny su Internazionale – Bilancia)

Attimi di felicità.

Quando pensi di aver perso qualcosa e ormai sei rassegnata a non ritrovarla.
Hai già svuotato la borsa due volte, la seconda a testa in giù e caschi pure quel che c’è dentro in ordine sparso, perché quello che ora stai cercando, e non c’è più, è l’unica cosa che conta.
E saltano fuori portafoglio, portadocumenti, macchina fotografica, occhiali da sole e da vista, agendina, fazzoletti di carta, antistaminico, cerotti per l’herpes, cappellino di cotone per ogni evenienza, un paio di penne, burro di cacao, chiavi di casa e della macchina – il cellulare quello no, l’hai già tolto e messo nel caricabatterie – tutto, tutto tranne quello che cerchi.
E ti dispiace così tanto, perché sei una che si lega a tutte le cose inanimate che porta quotidianamente con sé.
Anche un po’ stupidamente, perché in fondo sono solo cose.
Poi fai un ultimo tentativo e controlli nella tasca di quell’impermeabile che metti sì e no due volte all’anno, ed una delle due è stata sabato, anche se sei certa, te lo sei già ripetuto fra te e te, che non può essere in quella tasca, perché tu le tasche, prima di appenderlo nell’armadio, le hai svuotate.
E invece c’è, è proprio lì, e la tasca l’avevi anche chiusa con la cerniera per paura di perderlo.
La felicità è fatta anche di piccole cose, perse e ritrovate.

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Ho incontrato Batman, era biondo.

Oggi a Ostia c’è il sole, anche se nuvoloni neri si ammassano verso l’interno.
Sembra proprio un’altra giornata, e in effetti lo è: una giornata completamente diversa da quella di ieri, dallo choc di quel fulmine che si è abbattuto metaforicamente e non sulla cupola di San Pietro e che a effetto domino ha trasmesso la scossa al mondo intero.
C’è quiete, dopo la tempesta.
A Piazza Anco Marzio ci sono poche persone: un gruppo di studenti appena uscito da scuola, qualche pensionato che passeggia in solitaria, un piccolo gruppo di bambini che in maschera corre da un sasso all’altro, quei sassi panchina con i quali il Municipio ha arredato la piazza.
Su una panchina due sedicenni si scambiano tenerezze e regali.
Io passo proprio mentre lui le sta consegnando quella che sembra una scatola di cioccolatini a forma di cuore rosso.
Nell’aria si spandono le note di Feeling che un suonatore di chitarra, collegata a un amplificatore, sta suonando proprio in quegli attimi che separano la giornata tiepida e sonnacchiosa dall’ora del pranzo; e io, che per caso respiro e osservo tutto questo, mi trovo a pensare che questo è amore, non solo quello di quei due ragazzini sulla panchina, ma tutto, proprio tutto, quello che ho intorno a me in questo momento, nient’altro che amore.
Compro un krapfen da Paglia e poi mi siedo su uno dei sassi, a guardare la gente che passa, fino a quando vedo questi due scriccioli che corrono e lui, Batman, che fa il supereroe per lei, una scricciola con la codina di cavallo.
Poi, proprio mentre decido di scattare una foto ai tre vasi di fiori tutti e tre, c’è anche un terzo scricciolo, mi si parano davanti in posa, sorridendo.
E io scatto questa istantanea di vita, oggi che è Carnevale, martedì grasso, oggi che ogni scherzo vale.
Clic.

Batman.

Batman fa il pagliaccio.

Lo scricciolo con la codina di cavallo visto da me.

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Tre scriccioli in posa.

Il gran rifiuto.

«Vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.»

Di tutta la Divina Commedia forse questo è il canto che ricordo meglio, e il girone degli ignavi quello che più mi è rimasto impresso negli anni.
Non è formulando un giudizio che ripenso a quelle parole, ma con dolore e la consapevolezza, oggi, di trovarmi a vivere la Storia.
Posso solo pregare, perché in questi tempi, così bui, questo mi sembra solo un cattivo presagio, una discesa infinita.

[Oggi, 11 febbraio, la Città del Vaticano e lo Stato Italiano, festeggiano il Concordato firmato nel 1929.]

Oggi, chi crede, può solo pregare, per lui e per noi.

Wonder Woman per un giorno.

Sono qui che stendo calze e mutande (e qui apro una sommessa e triste parentesi per sottolineare quanto sia frustrante e ripetitivo stendere un’intera lavatrice di calze e mutande – e del raccoglierla e piegare e abbinare i calzini magari ne parleremo un’altra volta) quando mi accorgo che in uno slip indossato sicuramente una volta, ma forse anche due, c’è ancora all’interno l’etichetta dell’antitaccheggio.
Dev’essere stato quel giorno che mi sono sentita invincibile.

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Tra sogno e realtà.

Questa notte ho sognato.

Sogno spesso ultimamente; ma forse, più che spesso, la differenza è solo nel fatto che adesso ricordo di sognare, anche se molto raramente ricordo cosa ho sognato.

Stanotte però ricordo di aver sognato nonno Mario e nonna Gina, ma non insieme, nello stesso sogno ma non nella stessa casa o nello stesso momento.
Ricordo che nonno Mario moriva prima di nonna Gina, nel sogno, e questo non è reale.
Ricordo anche che nonna Gina moriva da sola, in un’altra città, dove nessuno di noi aveva fatto in tempo a raggiungerla, e neanche questo è reale.

A volte vorrei conoscere l’origine di questi sogni, arrivare alle radici per comprenderne fino in fondo il perché. Ma neanche questo, forse, sarebbe reale.