Un cuore sacro.

Credo che non sia un caso, voglio pensare che non lo sia, se oggi, che festeggiamo San Francesco d’Assisi simbolo di pace fraternità e povertà, umile fra gli umili, sia anche giorno di lutto nazionale.
Che non sia un caso se oggi, in questo preciso momento della nostra storia, ci sia un Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco a dirci e a ricordarci che “è una vergogna”, che non possiamo continuare a dolerci e a indignarci per poi continuare la nostra vita di sempre o, peggio ancora, volgere lo sguardo.
Che sì il Governo, sì le Leggi, sì l’Europa, ma no, no… non esistono scuse, non ci sono dita dietro alle quali nasconderci, non ci sono attenuanti per le nostre coscienze, perché l’accoglienza, la tolleranza, l’impegno, la solidarietà, sono parole che possono diventare fatti concreti, nelle nostre vite, tutti i giorni, e le parole possono diventare gesti di umanità per i quali non è necessario essere cattolici o ebrei, credenti o atei, bianchi o neri, ma solo uomini.
Restiamo umani, allora, non solo a parole, nessuno ci chiede di svestirci di tutto, perché non ne saremmo capaci, perché basterebbe davvero molto molto di meno se tutti, anziché chiudere gli occhi, fossimo capaci di tendere una mano e ricordarci di avere un cuore.

 

Domani, vent’anni fa.

Me lo ricordo come fosse ieri.
Eravamo stati in giro per Roma, io e Alì, con Tayfun, il suo amico architetto che viveva a Vienna, e tornati a casa da mamma, accendiamo la tv, che inizia a parlare in maniera concitata di esplosioni, Punta Raisi, Capaci, e alla fine, solo alla fine, in piedi e increduli capiamo che stanno parlando di Falcone, di Giovanni Falcone.

Sembrava impossibile, sembrava impossibile credere che un’esplosione come quella, che fu devastante, avesse spazzato via in un attimo, con la vita di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, anche le speranze di tutti gli italiani che lottavano insieme a lui contro la mafia.

Sembrava impossibile crederlo, e infatti, dopo vent’anni il suo ricordo è più vivo che mai, e oggi, che la mafia non ha vinto, è per questo che in molti nel ricordarlo ‘lo chiamiamo Giovanni’.



Come mi batte forte il quorum!

Ma allora è proprio vero che l'Italia s'è desta?

Che ci siamo svegliati dall'incubo e che il letargo è finito?

Sarà un caso che proprio ieri ho iniziato a leggere "Indignatevi!" il saggio di Stéphan Hessel e che proprio oggi arrivino i primi segni di questa indignazione che sembrava non arrivare mai?

Chi l'ha detto?

"Sono un ricco* signore con un po' di soldini che potrebbe andare ad aprire ospedali in giro per il mondo; cosa che tra l'altro gli piacerebbe fare".

*Oppure ha detto "sono un vecchio signore"? Chiedo scusa, ma la memoria non è più quella di una volta!

(Ma chi glielo impedisce, mi domando io?)

Vecchia Italia,

che effetto ti fa oggi sentire il giuramento di quelli che ti sognavano unita e che per te erano disposti a perdere la vita?

Bella serata quella di ieri, con Saviano e Fazio, Benigni e Finocchiaro, Vendola e Abbado: a parlar di legalità, onestà, cultura, Italia.

Peccato che lo stolto, come al solito, abbia guardato il dito anziché la luna.

(Basta leggere alcuni dei commenti nella pagina di Youtube oppure aver ascoltato alcune fra le critiche che sono state fatte a "Vieni via con me")

Il giuramento della Giovine Italia

Nel nome di Dio e dell'Italia; nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana caduti sotto i colpi della tirannide straniera e domestica, per i doveri che mi legano alla terra ove Dio mi ha posto e ai fratelli che mi ha dati; per l'amore, innato in ogni uomo, ai luoghi ove nacque mia madre e dove vivranno i miei figli; per l'odio, innato in ogni uomo, al male, all'usurpazione, all'ingiustizia, all'arbitrio; per il rossore che io sento, in faccia ai cittadini delle altre nazioni, del non aver nome né diritti di cittadino, né bandiera di nazione, né patria; per il fremito dell'anima mia, creata alla libertà e impotente ad esercitarla, creata all'attività del bene e impotente a farlo nel silenzio e nell'isolamento della servitù; per la memoria dell'antica potenza; per la coscienza della presente abiezione; per le lagrime delle madri italiane per i figli morti sul palco, nelle  prigioni, in esilio; io…credente nella missione commessa da i Dio all'Italia, e nel dovere che ogni uomo, nato Italiano, ha di contribuire al suo adempimento; convinto che dove Dio ha voluto fosse nazione esistono le forze necessarie a crearla; che il popolo è depositario di quelle forze,. che nel dirigerle per il popolo e col popolo sta il segreto della vittoria; convinto che la virtù sta nell'azione e nel sacrificio; che la potenza sta nell'unione e nella costanza della volontà; do il mio nome alla Giovine Italia, associazione di uomini credenti nella stessa fede; giuro di consacrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l'Italia in nazione una, indipendente, libera e repubblicana. Di promuovere con tutti i mezzi di parola, di scritto, di azione, l'educazione de' miei fratelli all'intento della Giovine Italia, all'Associazione che solo può rendere la conquista durevole. Di non appartenere da questo giorno in poi ad altre associazioni. Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse nello spirito della Giovine Italia da chi rappresenta con me l'unione de' miei fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolati i segreti.Di soccorrere coll'opera e col consiglio a' miei fratelli nell'associazione. ORA e SEMPRE. Così giuro, invocando sulla mia testa l'ira di Dio, l'abbominio degli uomini e l'infamia dello spergiuro, s'io tradissi in tutto o in parte il mio giuramento.

Piccola Italia

Leggo la notizia ieri sera sul Corriere della Sera online, distrattamente.
Mi colpisce solo in relazione alle vittime, che all’inizio sembravano essere tantissime.
Oggi invece sento alla radio che in questa cittadina del Connecticut è presente una vasta comunità di italiani, provenienti da Melilli, Nord Sicilia.
Poi leggo quest’articolo e bastano queste poche righe* a commuovermi.
E penso a noi, qui in Italia, e ai nostri immigrati, e alla nostra insensibilità, e alla nostra mancanza di memoria.
E penso anche, che sono sicura che molte delle persone che si mostrano insofferenti verso le comunità marocchine, cingalesi, rumene, peruviane, molte di quelle persone, hanno almeno un parente lontano che ai primi del novecento è partito per l’Argentina, o per il Canada, o per gli Stati Uniti, affrontando ore in mare, dentro una nave, verso l’ignoto.
E penso anche, ma quando questa piccola Italia diventerà finalmente un paese di questo mondo?

*«Era buio e c’era la neve quando il treno arrivò a Middletown una sera di dicembre del 1901—si legge nelle memorie della diciassettenne Eleonora Gervasi — con le mie sorelle Lucia e Sebastiana avevamo lasciato Melilli tre settimane prima».