Presenzassenza.

Oggi sarebbero stati centoquattro, età alla quale nessuna persona ragionevole avrebbe mai potuto pensare.
Ma anche centouno sono un’età alla quale nessuna persona ragionevole avrebbe mai potuto pensare, centouno anni di te, che fanno di questi ultimi tre senza le nostre vite molto più vuote, ma anche talmente piene e ricche di tutto quello che c’è stato prima, che oggi, nonostante tutto, non possiamo fare a meno di sorridere e ricordarti con il cuore pieno di amore. E lasciarti vivere in noi.

Ai bordi di periferia.

Che Acilia sia borgata te ne accorgi quando vai al primo funerale.
Non nella defilata San Carlo da Sezze alla semi residenziale Madonnetta, non a San Timoteo, immersa fra le ville di Casalpalocco, nemmeno a San Giorgio ad Acilia Sud, che pur essendo all’apparenza paesello è ancora quartiere periferico di Roma, a modo suo.

Te ne accorgi a San Leonardo da Porto Maurizio, che sta proprio nel centro di Acilia, in una piazza che di piazza ha solo la forma e il nome, perché è una piazza di passaggio, messa proprio lì,  in quel tratto finale in cui la Via di Acilia è pronta a tuffarsi nella Via del Mare per scappare a Roma, come dicono quelli che qui ci abitano da decenni.
Vado a Roma, a indicare che vai in centro, dicono, ma guai se a dirlo è uno che non è di qui, uno che si capisce che è cresciuto altrove o che altrova ancora ci abita. E perché, gli risponde il più delle volte chi qui ci è nato e cresciuto, qui forse non è Roma?

E così, ieri, sul sagrato della chiesa, in mezzo ai clacson che suonavano, alle foto piene di visi sorridenti attaccate su un cartoncino Bristol appoggiato alla cancellata insieme a un secchio pieno di girasoli, in mezzo alle persone che aspettavano che la bara bianca uscisse, ai palloncini bianchi legati fra loro in attesa di essere liberati nell’aria, fra le vecchiette che si fermavano chiedendo “chi era”, e “una ragazza, lavorava nella pizzeria al semaforo”, oppure “una cara amica del mi’ nipote”, i bambini di una chissà quale scuola materna che si sono trovati a passare proprio in quel momento formando una catena, mano nella mano, che cercava di attraversare una gimcana fatta di persone in attesa, fra gli habitué del bar e gli anziani che ogni giorno trascorrono le ore nel giardinetto antistante la chiesa, fra le note di Laura Pausini che cantava “in qualunque posto sarai” che fuoriuscivano da una Smart appoggiata muso contro muso al carro funebre, fra i peluche e mazzi di fiori e un cuscino di rose rosse e bianche, gli occhi pieni di lacrime e di mascara di ragazze troppo truccate e quelle di ragazzi dallo sguardo sfrontato e allo stesso tempo smarrito che forse entravano in chiesa per la prima volta dal giorno della Prima Comunione, mi sono trovata a pensare che forse è vero, che qui non è Roma, perché qui c’è ancora una borgata che si ferma a guardare il funerale di una ragazza morta a ventiquattro anni in un incidente stradale e che in qualche modo, a modo suo, ci tiene a salutarla, anche se non la conosce, perché invece, in qualche altro strano modo, che altrove non ho mi è mai capitato di incontrare, la riconosce e la abbraccia e si stringe intorno a chi la piange e le ha voluto bene.

E io, ieri, seduta sulla panchina del giardinetto, ho pensato a tante cose, e oggi alle belle parole che avrebbe saputo trovare Sandro Onofri, che più di me aveva occhi per guardare le borgate, e penna, e inchiostro, per saperle descrivere e raccontare agli altri.
A me resta il cuore, che forse è l’unica cosa che abbiamo in comune, per cercare di capire questo strano posto dove sono finita ad abitare, un posto che è terra di tutti e di nessuno, un posto dove forse il futuro è solo di chi se lo piglia, e che è Roma senza esserlo.

[Per Sara]

Messaggi.

Molte volte quello che scrivi, ti accorgi, al di là di desideri e intenzioni, non è altro che un messaggio nella bottiglia lanciato nell’iperspazio. E a raccoglierlo chi non avresti mai pensato.
È proprio vero, la vita è piena di sorprese e a volte le persone capaci di esserti veramente vicine sono quelle più lontane, quelle che sanno leggere fra le righe, preoccuparsi per te, e regalarti un gesto semplice ma pieno di calore umano.
Grazie F., questo è per te, che hai raccolto la bottiglia che non mi ero accorta di aver spedito e con poche parole, e un numero di telefono che non ho avuto bisogno di usare, mi sei stato vicino e mi hai aiutata a dormire serena.
Il senso dell’amicizia, quasi sempre, è racchiuso in piccoli gesti di valore non quantificabile.

E la chiamano estate.

Il mio maestro si chiamava Ugo Fracassi, ce l’ho avuto solo in quarta e in quinta elementare, perché le prime tre classi le avevo frequentate a Palermo alla Scuola Internazionale, quando io, bambina proveniente da una scuola privata della Palermo bene, al ritorno a Roma mi sono ritrovata a essere catapultata nella scuola Ciro Menotti di Roma, a Torpignattara, solo perché mamma insegnava nella scuola media adiacente.
Fauna piuttosto variopinta alla Ciromenotti, linguaggio anche più che variopinto – resta nei miti di famiglia la domanda che mia sorella Silvia, nota storpiatrice di parole, rivolse a mamma dopo uno dei primissimi giorni di scuola: Mamma, cos’è il xsinale? – e appunto il grembiule, il sinale in romanesco, accessorio che a noi, a Palermo, era del tutto sconosciuto, bianco e corredato (orrore!) da un fiocco blu elettrico di raso.

Ma insomma, questo è solo l’antefatto, perché il fatto si svolge l’undici novembre, presumibilmente in quinta, quando io e il maestro Ugofracassi avevamo già fatto conoscenza, ed ero già entrata a far parte, in quello strano esperimento di classe mista (fra le primissime alla Ciromenotti), del ristrettissimo elenco personale degli alunni che non gli davano alcun problema, ma solo grandi soddisfazioni.
Fino a quell’undici di novembre, quando ci chiese chi conosceva la storia della leggenda di San Martino.

Andò più o meno così:

Maestro Ugofracassi – Chi conosce la leggenda di San Martino?

LaPitta, cioè io, alza la mano, si guarda intorno e si accorge di essere l’unica con la mano alzata. (E vorrebbe sparire all’istante)

Maestro Ugofracassi - Ecco brava, raccontala ai tuoi compagni.

LaPitta, cioè sempre io, che pur di non parlare in pubblico, meno che meno a un branco di coetanei, sarebbe disposta a invocare San Martino per farsi trasportare altrove, sussurra un flebile - No.

No?

Il Maestro Ugofracassi, credendo di non aver sentito bene, insiste – Racconta la leggenda di San Martino ai tuoi compagni.

LaPitta alza la voce, solo un po’, e dice No ancora una volta, solo un po’ più deciso.

Maestro Ugofracassi  – Come sarebbe a dire No, ti ho detto di raccontarla.

LaPitta si chiude nel suo mutismo assoluto del tutto intenzionata a non recedere di nemmeno un millimetro dalla sua posizione.

Maestro Ugofracassi (incredulo) – Se non la racconti ti punisco.

LaPitta, cioè io –

Maestro Ugofracassi (sempre più rosso in viso) – Raccontala!

LaPitta, cioè… -

E fu così che dopo la terza o quarta volta, ma forse anche la quinta o la sesta, che il Maestro Ugofracassi incredulo, arrabbiato, deluso e anche un po’ preoccupato (perché insomma, non era contento di dover punire per insubordinazione una delle poche alunne che non gli avevano mai dato un problema che fosse uno) mandò LaPitta, cioè io, dietro alla lavagna, faccia al muro, e dopo un po’ fuori dalla porta, rendendole indimenticabile, per l’eternità, l’estate di San Martino.

A proposito, qui spunta il sole, San Martino è sempre una garanzia.

Hallo’!

Poi succede che il giorno del tuo compleanno, dopo averti fatto gli auguri, la tua nipote quasi ottenne, con occhi che in quel momento immagini da cerbiatto e voce vellutata, ti domandi: – Zia, quando vengo a Roma dalla nonna [il 29 ottobre]… Halloween… mi porti a fare dolcetto o scherzetto?

E tu, che hai avuto una gran botta di… No, non si dice, da capo.

E tu, che sei stata così fortunata a essere bambina quando Halloween non era ancora stato importato o forse era ancora fermo alla dogana per accertamenti, ad averlo schifato da adulta, a non essere stata importunata mai né da orde di bambini mascherati con cappelli a punta, né da adulti inscheletriti, né tantomeno da zucche ghignanti, ma che ricordi con simpatia e una punta di mistero mai svelato solo il Grande Cocomero dei Peanuts, mentre un brivido ti percorre la schiena e pensi che no, non esiste nessun altro nel raggio di un paio di chilometri al quale potrai scaricare la streghetta nipote, rispondi – Ma certo tesoro che la zia ti porta a fare dolcetto o scherzetto? in giro per il quartiere!

[In progress]

Divergenze cromatiche.

Divergenze cromatiche.

Una canzone per te.

È dalla mezzanotte di oggi che cerco di non pensarci, da quando il suono delle email mi ha avvisato che ne era arrivata una.
Mi alzo per abbassare il volume e vedo che è una email della Zone.
Ma chi accidenti è, penso, che scrive in Zone a mezzanotte?
E poi vedo che è il reminder del tuo compleanno, che mi ricorda che se solo tu fossi ancora qui con noi oggi avresti compiuto sessantacinque anni, e che ti avremmo preso in giro dandoti del vecchietto e che tu ci avresti messo a posto con una delle tue battute sagaci, o forse, come scrive Carlo ci avresti detto che i sessantacinque anni sono una figata, ma faccio finta di non pensarci e vado a dormire.

E ora, che le email continuano ad arrivare alla spicciolata, che sono qui, con la solita accoppiata vincente, due dita di vino rosso (no che non sono un’alcolista, ho appena pranzato!) e un ricordo ingombrante che non accenna ad occupare meno spazio, penso a te.

Ecco, le solite lacrime e una canzone per te.

Un cuore sacro.

Credo che non sia un caso, voglio pensare che non lo sia, se oggi, che festeggiamo San Francesco d’Assisi simbolo di pace fraternità e povertà, umile fra gli umili, sia anche giorno di lutto nazionale.
Che non sia un caso se oggi, in questo preciso momento della nostra storia, ci sia un Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco a dirci e a ricordarci che “è una vergogna”, che non possiamo continuare a dolerci e a indignarci per poi continuare la nostra vita di sempre o, peggio ancora, volgere lo sguardo.
Che sì il Governo, sì le Leggi, sì l’Europa, ma no, no… non esistono scuse, non ci sono dita dietro alle quali nasconderci, non ci sono attenuanti per le nostre coscienze, perché l’accoglienza, la tolleranza, l’impegno, la solidarietà, sono parole che possono diventare fatti concreti, nelle nostre vite, tutti i giorni, e le parole possono diventare gesti di umanità per i quali non è necessario essere cattolici o ebrei, credenti o atei, bianchi o neri, ma solo uomini.
Restiamo umani, allora, non solo a parole, nessuno ci chiede di svestirci di tutto, perché non ne saremmo capaci, perché basterebbe davvero molto molto di meno se tutti, anziché chiudere gli occhi, fossimo capaci di tendere una mano e ricordarci di avere un cuore.

 

Con i minuti contati

Ore 18:53: telefonata del marito che avvisa che di lì a qualche minuto uscirà dall’ufficio per tornare a casa.

Rifletto un paio di minuti e mi dico: ho tutto il tempo per farmi una doccia e preparare la cena.

Ore 19:forse05: telefono alla mamma (per evitare che si preoccupi chiamandomi quando sono sotto la doccia in caso di mancata risposta) e le dico che sto andando a farmi una doccia.

Ore 19:forse10: sono sotto la doccia.

Ore 19:15: sono sotto la doccia e mi sto insaponando i capelli, quando suona il cellulare.
È inequivocabilmente il suono di colui che ha già telefonato alle ore 18:53; tralascio la trascrizione di quello che ho pensato (Paperino avrebbe detto più o meno: @[email protected]) e penso che accidenti sono costretta a rispondere, perché: se non rispondo al cellulare passerà a chiamare il fisso, se non risponderò neanche al fisso si preoccuperà (siamo una famiglia di gente che si preoccupa).

Ore 19,25: dopo aver urlato al vivavoce STO SOTTO LA DOCCIA per almeno tre volte senza riuscire ad udire risposta, riesco finalmente a finire ‘sta benedetta e rilassantissima doccia e ad uscire.

Ore 19:30: penso che Murphy sia stato un fottutissimo sottovalutato genio.

Tra il sacro e il profano.

Leggo l’intervista integrale a Papa Francesco, e penso che questo Papa sia un dono, un grande dono, forse il dono più grande che Papa Benedetto XVI potesse farci, e che questo, anche questo, sia un segno di quella stessa grazia divina di cui il nuovo Papa parla nell’intervista.

Ascolto, mentre leggo, in sottofondo le parole di De Gregori,

«E la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno,
quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo.
Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia,
la solitudine e le valigie di un amore che vola via.
E cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo
e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo.»

che per uno strano gioco di piani emotivi che si sovrappongono l’uno all’altro, si mescolano nella mia testa a quelle dell’intervista,

«Sì, in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. Per me questa è una chiave importante. Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa
è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta,
che usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio,
come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare
spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili.
L’incertezza si ha in ogni vero discernimento che è aperto alla conferma della consolazione spirituale»
,

e mi dico di che sì, la vita è davvero un mistero, dove al dubbio e all’incertezza e alle lacrime, a volte, alcune volte, fanno da contraltare altre parole che aprono il cuore e illuminano il futuro, capaci di restituire la speranza e, perché no, anche di asciugare le lacrime.