Proust, Renoir e le donne.

«Il mondo (che non è stato creato una sola volta ma tutte le volte che sopraggiunge un artista originale) (…) ci sembra ora completamente diverso, ma perfettamente chiaro. Nella via passano signore che non sono più quelle di prima, perché ora sono altrettanti Renoir.» [Marcel Proust]

Gemme dell’Impressionismo all’Ara Pacis

Renoir

Ragazza con gatto – Pierre Auguste Renoir

Hallo’!

Poi succede che il giorno del tuo compleanno, dopo averti fatto gli auguri, la tua nipote quasi ottenne, con occhi che in quel momento immagini da cerbiatto e voce vellutata, ti domandi: – Zia, quando vengo a Roma dalla nonna [il 29 ottobre]… Halloween… mi porti a fare dolcetto o scherzetto?

E tu, che hai avuto una gran botta di… No, non si dice, da capo.

E tu, che sei stata così fortunata a essere bambina quando Halloween non era ancora stato importato o forse era ancora fermo alla dogana per accertamenti, ad averlo schifato da adulta, a non essere stata importunata mai né da orde di bambini mascherati con cappelli a punta, né da adulti inscheletriti, né tantomeno da zucche ghignanti, ma che ricordi con simpatia e una punta di mistero mai svelato solo il Grande Cocomero dei Peanuts, mentre un brivido ti percorre la schiena e pensi che no, non esiste nessun altro nel raggio di un paio di chilometri al quale potrai scaricare la streghetta nipote, rispondi – Ma certo tesoro che la zia ti porta a fare dolcetto o scherzetto? in giro per il quartiere!

[In progress]

Divergenze cromatiche.

Divergenze cromatiche.

Io e tim.

Ieri all’improvviso le mie email su iPhone hanno smesso di funzionare: spengo e accendo ma niente.
Penso a un problema di rete momentaneo, decido di aspettare: sono paziente io.
Questa mattina stessa identica situazione, decido allora di chiamare il 119.
L’operatrice, gentile, avvisandomi che effettuerà un reset di rete, mi chiede di spegnere il telefono per quindici minuti: io, per sicurezza, lo tengo spento per venti.
Mi informa, inoltre, che se l’operazione non produrrà alcun risultato dovrò chiamare con un’altra linea perché mi verrà passato un tecnico e dovremo fare insieme delle prove sul telefono.
Ovviamente, quando lo riaccendo, la posta non funziona.

Tiro fuori dalla naftalina il vecchio iPhone 2G, quello che vive perennemente in carica perché ormai si spegne di continuo.
Infatti si spegne subito, non appena compongo il numero, per cui telefono in vivavoce, ricollocandolo sulla basetta, al 119.
Stupore e meraviglia: il menu vocale non è lo stesso dell’altra linea e non c’è verso di trovare l’opzione ‘parlare con un operatore’.
Nel frattempo il vecchio telefono mi comunica con un SMS che non ho più credito: ma com’è possibile, ho ricaricato cinque euro meno di un mese fa perché era trascorso un anno dall’ultima ricarica e dentro ce n’erano comunque più di quaranta, com’è possibile che un telefono che non uso da mesi e che vive sulla basetta non abbia più credito?

Richiamo con l’iPhone nuovo per chiarire la questione del credito e una sempre gentile operatrice mi comunica che i miei quarantacinque euro e passa si sono volatilizzati grazie a connessioni a Internet che il vecchio iPhone ha effettuato per suo conto, e mi conferma di dover chiamare da un altro numero per avviare una procedura di controllo per le impostazioni email: mi viene detto di scegliere l’opzione ‘blocca telefono e SIM card’ e di stare tranquilla perché nulla viene bloccato nell’immediato, ma io non mi fido: e se poi me lo blocca per davvero?

Decido di chiamare dal fisso indicando come numero da bloccare quello vecchio (casomai, danno per danno, verrà bloccato un numero secondario) e un’operatrice, gentile (sono sempre molto gentili) mi passa finalmente il tecnico, con il quale mi intrattengo per circa un’ora e mezza (voglio essere ottimista) tentando un’infinità tale di combinazioni e reset al confronto delle quali le posizioni del Kamasutra sono limitate pratiche da dilettanti.
Non approdiamo a nulla, anche se nel frattempo parliamo del clima al Tuscolano (lui) di quello alla Madonnetta (io), della temperatura reale e percepita, della gente in spiaggia sabato a Ostia e giungo a un passo (visto nel frattempo l’orario che si è fatto) dal decidere di invitarlo a pranzo.

A un certo punto, quando ormai brancoliamo nel buio e ci siamo stufati abbondantemente l’uno dell’altra, ho una mezza intuizione (alla quale arrivo solo per via di esclusione) e gli propongo di tentare quest’ultima carta dopodiché, in cuor mio già lo so, lo ringrazierò con tutto il cuore e lo saluterò per sempre.
Lui mi dice, d’accordo proviamo e… Funziona, semplicemente funziona.

Bene, dice lui, ‘hanno’ cambiato ancora una volta e adesso ‘abbiamo’ imparato una cosa nuova (cioè che per configurare ex novo la posta GMail non appare il logo GMail ma quello più generico di Google che noi, lui e io, non avevamo preso affatto in considerazione tentando il ripristino attraverso la configurazione manuale).
Bene, dico io, a me TIM riconoscerà qualcosa?
Risata (amara e salata la mia) di commiato.

Ovviamente del perché ieri, all’improvviso, tutto abbia smesso di funzionare non se ne sa nulla.
Già che c’ero, subito dopo mi sono intestardita e ho cercato di configurare anche l’email di Tiscali che, in uscita, non funzionava più da mesi.
Manco a dirlo, ora funziona tutto, mancano solo i quarantacinque euro e rotti di cui sopra.

L’attesa

Citazione

- Perché esiste l’attesa?
- L’attesa di che cosa?
Feci una pausa. Riprese con tono più gentile: l’attesa di cosa?
- Se mamma non viene, tu l’aspetti?
- Certo.
- Se manca la luce aspettiamo che torni?
- Non riesco a seguirti, ma non fa niente. Sì aspettiamo che torni.
- Per ogni cosa che fa tardi e bisogna aspettare, noi siamo sempre in attesa?
A questo punto la mia dizione si fece più incespicata.
- Papà, se io non voglio stare in attesa e voglio stare senza attesa, posso?
Allora interruppe di radersi, aprì del tutto la porta e, come se avesse capito una cosa, non so quale, disse solo così: ”Se tu sarai capace di stare senza attesa, vedrai cose che gli altri non vedono”. Poi aggiunse ancora: ”Quello a cui tieni, quello che ti capiterà, non verrà con un’attesa”.

(Erri De Luca – Non ora, non qui)

Una canzone per te.

È dalla mezzanotte di oggi che cerco di non pensarci, da quando il suono delle email mi ha avvisato che ne era arrivata una.
Mi alzo per abbassare il volume e vedo che è una email della Zone.
Ma chi accidenti è, penso, che scrive in Zone a mezzanotte?
E poi vedo che è il reminder del tuo compleanno, che mi ricorda che se solo tu fossi ancora qui con noi oggi avresti compiuto sessantacinque anni, e che ti avremmo preso in giro dandoti del vecchietto e che tu ci avresti messo a posto con una delle tue battute sagaci, o forse, come scrive Carlo ci avresti detto che i sessantacinque anni sono una figata, ma faccio finta di non pensarci e vado a dormire.

E ora, che le email continuano ad arrivare alla spicciolata, che sono qui, con la solita accoppiata vincente, due dita di vino rosso (no che non sono un’alcolista, ho appena pranzato!) e un ricordo ingombrante che non accenna ad occupare meno spazio, penso a te.

Ecco, le solite lacrime e una canzone per te.

Un cuore sacro.

Credo che non sia un caso, voglio pensare che non lo sia, se oggi, che festeggiamo San Francesco d’Assisi simbolo di pace fraternità e povertà, umile fra gli umili, sia anche giorno di lutto nazionale.
Che non sia un caso se oggi, in questo preciso momento della nostra storia, ci sia un Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco a dirci e a ricordarci che “è una vergogna”, che non possiamo continuare a dolerci e a indignarci per poi continuare la nostra vita di sempre o, peggio ancora, volgere lo sguardo.
Che sì il Governo, sì le Leggi, sì l’Europa, ma no, no… non esistono scuse, non ci sono dita dietro alle quali nasconderci, non ci sono attenuanti per le nostre coscienze, perché l’accoglienza, la tolleranza, l’impegno, la solidarietà, sono parole che possono diventare fatti concreti, nelle nostre vite, tutti i giorni, e le parole possono diventare gesti di umanità per i quali non è necessario essere cattolici o ebrei, credenti o atei, bianchi o neri, ma solo uomini.
Restiamo umani, allora, non solo a parole, nessuno ci chiede di svestirci di tutto, perché non ne saremmo capaci, perché basterebbe davvero molto molto di meno se tutti, anziché chiudere gli occhi, fossimo capaci di tendere una mano e ricordarci di avere un cuore.