Piccole sorprese.

Starnone e le mie nuove piantine grasse

Starnone e le mie nuove piantine grasse

Che poi io ci credo davvero a incroci e coincidenze, a incontri fortuiti che cambiano l’andamento delle cose, a piccoli sommovimenti che danno una svolta imprevista al quotidiano.
E quindi anche recarsi il Primo Maggio in un vivaio immerso nel verde per acquistare una rosa (e uscirne anche con due piccole piante grasse), essere invitati a sorpresa a un barbecue fra parenti e amici che la famiglia Armeni ha allargato ai pochi visitatori del momento e scoprire, mentre si percorrono le serre avanti indietro in cerca di piccoli tesori con le spine o senza, un prezioso angolo di BookCrossing dal quale sottrarre «Fuori Registro» di Domenico Starnone, per me è uno di quei piccoli e infinitesimali segni che mi rassicurano sul fatto che la vita è piena di sorprese, alcune delle quali solo apparentemente insignificanti.

Nessun luogo è lontano.

Seguo su Twitter gli aggiornamenti quotidiani del figlio James.

Sono cresciuta con Richard Bach, e anche se adesso non va più di moda e i suoi libri sono in odore di New Age, allora, quando avevo diciassette anni, di New Age nessuno di noi ne aveva mai sentito parlare.

Il mio amico Pigi un giorno mi regalò un libretto dalla copertina arancione rigida che conteneva un messaggio di amicizia, leggero, solo poche parole che forse potrebbero essere copiate qui dentro e diventare un post nemmeno troppo lungo, ma che contenevano l’essenza dell’amicizia e promettevano il ‘per sempre’.

Quell’amicizia che anche dopo trent’anni, quando ormai ci si è persi e non ci si sente più, è custodita dentro al mio cuore, come un anello di brillanti nel portagioie, come un ‘per sempre’ che non finirà mai.

Richard Bach e il gabbiano Jonathan Livingston, il suo biplano e le sue illusioni mi hanno messo le ali, mi hanno insegnato a volare ricordandomi sempre che prima di tutto c’è il cuore, mi hanno fatto comprendere che nella vita nessun luogo è lontano.

Basta volerci andare per esserci già.

Coraggio, Richard, riprendi a volare.

«Può forse una distanza materiale separarci davvero dagli amici? Se desideri essere accanto a qualcuno che ami, non ci sei forse già?»

(Richard Bach)


Un post. Anzi, quasi un commento ombelicale.

Mondo Blog



Ho ricevuto questo libro in regalo, come scopro dalla dedica, nel giugno 2003, in un giorno non meglio specificato.
Eloisa Di Rocco, l’autrice, è stata tra le primissime blogger italiane, lei che da Chicago scrutava l’iperspazio e, avanti come è sempre stata, pioniera del web italico, in un freddo gennaio del 2001 lanciava il suo lapizia.net nella Rete.

Ed io lapizia.net, me lo bevevo come un romanzo a puntate, quando l’ho scoperto. Non vedevo l’ora di leggerlo e di riconoscere le persone di cui raccontava, sentir parlare dell’agenzia dove lavorava (anni luce avanti anche lei rispetto a quella dove lavoravo io), toccare quasi con mano la sua nostalgia per l’Italia e per Roma, aspettarla quando per me era quasi notte e per lei giorno e viceversa.

E dal suo blog, ad effetto domino, ho iniziato a leggere Rillo, Leonardo, Broono, Vanessa, Wile, quel nucleo di blogger che qualche tempo dopo, quando ormai la sua avventura negli States era finita, si riunì nella sua piccola casa di Roma.

«Presto la mia piccola casa non ce la fece a contenere tutti, e malgrado la serata freschina la gente si riversò nel terrazzo. Mi accorsi solo dopo un po’ che in maniera naturale i miei invitati si erano perfettamente divisi fra vecchi amici, rimasti dentro, e blogger, che stanziavano fuori, alla luce delle fiaccole e delle stelle.
Fra questi c’era chi si vedeva per la prima volta quella sera, ma passarono ugualmente tutta la notte a scherzare e a parlare di cose geek. A vederli così sembravano molto diversi fra loro, per età, per città di nascita, per interessi, per professione, per carattere. Eppure sul mio terrazzo, come poi sarebbe successo nel casale di Biccio o in trattoria, sembrò parlassero una lingua comune. C’era qualcosa che faceva parte di tutti noi, nella quale ognuno si riconosceva un po’. Cosa fosse, mistero.»

Stasera, quando ho preso per caso questo libro in mano, rovinato anche lui dal nubifragio di ottobre, con le pagine ormai ispessite e ondulate, e ho cominciato a sfogliarlo e a rileggerlo, per un attimo ho avuto la sensazione di leggere storie che narrano fatti di un’altra epoca, un diario di bordo che racconta le gesta di pionieri che come i cercatori di oro arrivavano nel west, si lanciavano con le loro storie quotidiane attraverso spazi infiniti, giovani e tecnologici esploratori che con la loro curiosità ci hanno regalato tutto quello che oggi a noi che chattiamo e postiamo con estrema facilità sembra già passato, ma che per loro era un futuro ancora tutto da scoprire. Un tempo in cui blogger, webdesigner, giovani pubblicitari, tutti in qualche modo ci si conosceva, ci si incontrava, ci si incrociava, online o dal vivo, come in quella sera d’estate di poco tempo dopo in cui ci ritrovammo seduti sui gradini di Piazza Trilussa, quella sera in cui Enzo B. mi abbracciava stretta stretta e mi diceva ‘Patti Patti, ed io che ti credevo bionda!’. Te la ricordi quella sera, Elo?

Già perché, dimenticavo, altrimenti che commento ombelicale sarebbe, Eloisa è amica mia, e quella piccola casa con quel terrazzo dal quale in quella notte freschina si vedevano le stelle, oggi è casa mia.
(E se io sono laPitta è solo grazie a laPizia.)

[Dimenticavo]
Poi un giorno, quando a poco a poco i blog cominciavano ad essere diffusi tra i più, come le Dive al culmine della notorietà, laPizia ha spinto sul suo blog il tasto ‘delete’, e… puf, tutti i ‘kb’ sono tornati nell’iperspazio!



Silenzio, si legge!

Ecco alcune foto del Flash Book di oggi.

(Fai click sulla foto per vedere le altre) – Foto di Luca Menna

A Roma è stata una bellissima giornata di sole e ai Fori Imperiali c'era quello che, mai è stato così vero come oggi, abitualmente viene chiamato "un bagno di folla"!

Noi, poco meno di trenta persone, alcune conosciute, altre incontrate solo durante il momento della lettura, per mezz'ora ci siamo isolati da tutto e tutti e abbiamo soltanto letto il nostro libro.

Unico vero momento di distrazione è stato il passaggio di una botticella (la carrozzella per turisti trainata da un cavallo per le vie di Roma) e dal commento del vetturino che infastidito dal nostro intralcio ha commentato non proprio bonariamente: – "La gente nun c'ha proprio un C*@#zo da 'fà". :-)

Habemus Flash Book

Dopo Milano e Venezia, anche noi a Roma avremo il nostro Flash Book!

Quando?

Domenica 17 Aprile alle ore 11,30.

Dove?

In via dei Fori Imperiali, all'entra principale del Colosseo.

Quanto dura?

Un'ora.

Cosa serve?

Un libro.

Cos'è un Flash Book?

Leggete qui e qui

E guardate qua

Ci sarete? 

Se pensate di sì scrivetelo nei commenti :-)

 

Essere

"Sentire il dovere di offrire un'alternativa, credo. Forse sta tutto qui. Sentirmi responsabile. Sentirmi profondamente responsabile delle mie azioni. E, indirettamente, anche delle azioni che riguardano me in quanto donna, e in quanto membro di questa società. Sono convinta che tutto mi riguardi e che le mie azioni possano determinare u cambiamento del Tutto. È proprio la consapevolezza che le mie azioni hanno il poter di modificare la realtà intorno a me a tenermi lontana da quel sentimento così diffuso di impotenza che sembra caratterizzare la nostra società."

(Il corpo delle donne – Lorella Zanardo)

Quando avevo diciassette/diciotto anni, nella carta di Clan dagli Scout, scrivevamo a conclusione di tutti i nostri bei propositi queste bellissime parole di Don Primo Mazzolari:

Ci impegniamo a portare un destino eterno nel tempo,
a sentirci responsabili di tutto e di tutti.

Quand'è stato che abbiamo smesso di crederci?
Forse mai: allora è ora di ricominciare a fare.
E ad essere.

È in arrivo la prova costume.

Forse tante premesse saranno inutili.
Forse questo documentario l'avrete già visto in molti.
Ma forse anche no, per cui:

guardate il documentario,
comprate il libro
e poi andate pure al mare e vivete serenamente con il vostro corpo.

Magari anche dopo una piccola dieta, ma senza esagerare: Il corpo delle donne non è quello che vogliono farci credere, la donna non è quello che vogliono farci diventare: è molto di più.

Saviano non fa più notizia

Infatti La Repubblica preferisce relegarlo nella sezione spettacoli, mentre Il Corriere della Sera delega il Corriere del Mezzogiorno a fare le sue veci e a parlarne in cronaca.

Peccato perché invece, ancora una volta, la puntata speciale di Che tempo che fa, con Roberto Saviano protagonista, è stata illuminante e di un livello sociale e culturale di gran lunga superiore alla media della stragrande maggioranza dei programmi trasmessi abitualmente in Tv.

Ma capisco che dare notizia in homepage di oltre due ore passate a parlare dei disastri ecoambientali provocati dai Coppola a Castelvolturno, dei morti africani ammazzati dalla camorra sempre a Castelvolturno, della strage dei bambini in Cecenia, degli stupri e degli omicidi in Iran, dell’assassinio di Anna Politkovskaja in Russia, di quello di Ken Saro-Wiwa in Nigeria, dei gulag, del carcere, degli esili, della fatwa, di Salamov, di Arenas, di Hikmet, di Garcia Lorca, di Rushdie, sia pretendere troppo: accontentiamoci del fatto che lo share e gli ascolti siano stati superiori a quello di X-Factor, anche se inferiori a quelli di Chi ha incastrato Peter Pan?

In fondo è solo uno scrittore che parla di libri, di libri che hanno ucciso, di libri che uccideranno.

Dall’inferno alla bellezza, quindi: sarà davvero possibile salvarsi?
Siamo sicuri di non avviarci inesorabilmente dalla bellezza all’inferno?

Chi vuole può vederlo (o rivederlo) qui.
Magari ascoltando questa.

tutto corre più veloce delle mie dita sulla tastiera

i giorni passano velocemente e vorrei scrivere di molte cose.
nella mia testa, dal 28 maggio ad oggi, ho già scritto almeno quattro o cinque post ed erano tutti importanti per me, ma sono rimasti là, nella mia testa.

non capisco il perché, ad esempio, del motivo per cui per identificare il disordine ed il degrado della mia città si debba sempre fare riferimento alle città africane o a quelle del medioriente, con una sorta di spocchioso senso di superiorità.
ad esempio questa è la volta del colosseo, paragonato dal sottosegretario ai beni culturali ad un suk arabo.

però, sempre ad esempio, domenica sera, uscendo dalla messa, ci siamo accorti che nel parco vicino casa c’era un piccolo assembramento di gente e allora ilChicco ed io, curiosi come due scimmie, siamo andati a vedere.
era la comunità dello sri lanka della nostra zona che festeggiava.
cosa festeggiava?
la fine della guerra.
nello sri lanka è finita la guerra, dopo venticinque anni e più di ventimila morti tra i civili, ma per trovare traccia della notizia sono dovuta andare a scartabellare tra le pagine di google, non nell’homepage di qualche prestigioso quotidiano nazionale,
quelle erano già piene di noemi.
e loro festeggiavano, composti, puliti e rispettosi.
lontani migliaia di chilometri dal loro paese.
da soli, perché di italiani, in mezzo ad un centinaio di persone, eravamo sì e no in quattro o cinque.
ma la pace non fa rumore.
la pace non fa notizia.
soprattutto una pace nel sud del mondo, anche se in questo caso è un sud dell’est.
sporco e pieno di suk.

poi ci sono state,

una bella serata dar filettaro a santa barbara a mangiare filetti di baccalà e a parlare di libri, anzi di un libro in particolare le benevole di jonathan littell, un romanzo sull’olocausto capace di scatenare discussioni, accendere gli animi, dividere e coinvolgere quindici persone in una notte di quasi estate, senza che tutte l’avessero letto!

un pranzo al mare alla caletta con le frecce tricolore che facevano le prove dell’air show.
lo so che molti sono contrari a queste manifestazioni, io per prima le considero pericolose e tutto sommato inutili, ma l’emozione che si prova prima nel sentirle (diciamo pure “paura”!) e poi nel vederle passare è indescrivibile: la scia tricolore che lasciano, i tonneaux, la perfetta sincronia, sono di una bellezza incredibile, soprattutto se eseguite sopra il mare.

un paio di discussioni interessanti: una su aNobii e una in Zone.
una sui giovani (e già fa un po’ ridere, perché cosa sono i giovani? un’entità astratta? e soprattutto, chi sono i giovani, a quali età c’è il giro di boa?) e i loro valori, ma soprattutto sul confronto tra diverse generazioni di giovani: erano meglio o erano peggio? o forse sono alla fine uguali?
l’altra opposta ma alla fine complementare: non sarebbe bello poter avere un figlio intorno ai sessant’anni, una volta raggiunta la piena maturità?
e qui si è scatenato l’inferno: ma chi l’ha detto che a sessant’anni si sia per forza maturi? e poi tutti gli orfani di venticinque/trent’anni che questa possibilità provocherebbe? e l’assenza di nonni? e le energie?

un paio di libri: le benevole, appunto e il vangelo secondo gesù cristo di saramago. a volte, l’alternarsi di queste due letture, sembra avere una funzione catartica, come se dopo tutta la violenza del nazismo assorbita nella lettura del romanzo di littell, quella della violenza della passione di gesù (sia pur riveduta e corretta da saramago) servisse a purificare e a riportare un equilibrio fra le mie letture e i miei pensieri.
e quindi si alternano in uno strano equilibrio nei miei momenti di relax, portandomi dalle ghiacciate terre russe alle aride città della palestina, dalle trincee tedesche a stalingrado all’incendio di sefforis.

un film: si può fare, con claudio bisio, dove con delicatezza e un po’ di leggerezza (non ha la pretesa di essere un film troppo serio) si parla con molta umanità della legge basaglia e dei manicomi, di esseri umani e non di pacchetti postali da chiudere a chiave, di una società che integra e non di un mondo che emargina.

e poi io, che entro ed esco dalla farmacia cercando e sperando di archiviare al più presto un mese e mezzo non troppo felice e più di una notte con risvegli continui.

insomma, anche se non si vede, c’è vita dietro a questo monitor!

[aggiornamento del 5 giugno]
…e poi anche la banda della magliana dietro casa (ma proprio dietro casa!): che fossimo andati ad abitare in borgata lo sapevamo, che purtroppo certi fatti succedessero ad un passo da casa nostra anche, ma di finire dentro ad un romanzo criminale…ecco, questo non ce lo aspettavamo proprio.

marfa


foto di bildungsr0man

che io non andrò mai a marfa è quasi una certezza.
e non solo perché si trovi dall’altra parte dell’oceano e più precisamente in texas, ma anche perché “per arrivare a marfa si prende un aereo fino a el paso o a middleand/odessa. ovviamente non c’è nessun volo diretto, quindi una volta atterrati a dallas o a houston si viene messi su un minuscolo bimotore (…)” e questo per me sarebbe veramente troppo!
ma io a marfa ci sono stata lo stesso, perché leggendo posso viaggiare, volare, navigare, camminare nel deserto, e poi scoprire che la città che ho visto nel racconto “la republica di marfa” di sean wilsey me la sono immaginata proprio così, come nella foto.
nel 1976 l’artista minimalista donald judd arrivò, nonsisacome, in questa cittadina sperduta nel deserto e, stabilendosi in due hangar, ne fece il proprio quartier generale abbandonando new york in favore di quegli spazi sterminati che tanto cercava.
alla ricerca continua di un equilibrio e di un reciproco scambio tra l’arte e l’architettura, la fondazione chinati voluta dallo stesso judd, è diventata il punto d’incontro tra i maggiori architetti e i più famosi artisti del mondo.
così in questa sonnolenta cittadina, circondata quasi completamente da montagne e agavi, è possibile visitare i luoghi dove sono presenti le opere dello stesso judd e diverse installazioni (tra le quali la school n. 6, riproduzione di una scuola russa elementare dell’era comunista, opera dell’artista russo ilya kabakov), passeggiare nel deserto e assistere a fenomeni naturali misteriosi.

“marfa è il nome della domestica nei fratelli karamazov, il libro che stava leggendo la moglie di un cantoniere quando, nel 1881, quel punto di ristoro senza nome diventò una città. questa donna di frontiera leggeva quel libro a un anno dalla sua prima pubblicazione in russia, nello stesso anno in cui billy the kid venne assassinato nel vicino new mexico, e durante il lungo periodo di instabilità del confine tra stati uniti e messico, che seguì la guerra tra le due nazioni. ma queste circostanze sono tipicamente marfiane. la città attrae la stravaganza: alcuni dei primi documenti sulla zona vengono dai racconti, risalenti al diciannovesimo secolo, di avvistamenti all’orizzonte di luminescenze intermittenti, mobili e apparentemente animate, da parte di indiani e di pionieri: le luci misteriose di marfa, fenomeni ottici mai spiegati, tuttora osservabili da una piazzola di sosta alla periferia della città, dove ogni sera sembra si riunisca una folla di persone per socializzare. (…)”.

e ora dimmi, non sembra anche a te di essere stato a marfa, così come a quella pioniera nel 1881 sarà sembrato di conoscere la domestica dei fratelli karamazov?