Ricordare.

Oggi il mio ricordo è qui, in quei sampietrini dorati che all’improvviso mandano un bagliore che è come un lampo nella memoria, un inciampo nella vita di tutti i giorni.

Non pensavo di andare al Ghetto, oggi, non era in programma e non ci sono andata perché era il 27 gennaio. Ci sono andata perché, molto più prosaicamente, ero da quelle parti: beh, quasi da quelle parti, in effetti ero dall’altra parte del Lungotevere, ma come dice De Carlo, il comico, «Roma è tutta Centro» e io, che vivo al di là del Raccordo, ero in Centro, e quindi, divagazioni a parte, ho pensato che chissà, forse, per miracolo, avrei potuto comprare la famosa crostata visciole e ricotta del Ghetto, e quindi, eccomi al Ghetto.

C’è gente in fila, il posto è un buco e la gente esce fuori dal negozio e allora, mentre ilChicco fa la fila, io mi allontano, perché ho visto un sampietrino diverso dagli altri, un bagliore, forse, e voglio andare a vedere se è quello che penso.

E così lo trovo, così come altre volte mi è capitato di incontrarne altri in zone di Roma dov’è meno ovvio e logico pensare di trovarne che non al Ghetto: quelli incontrati all’improvviso, come a Via Nazionale o a Viale Trastevere fanno ancora più male, se possibile, perché sono la testimonianza di un contagio che infettò la città, tutta la città, e lo fece sotto gli occhi di tutti: tutti videro, tutti sentirono, nessuno poté dire o pensare che l’orrore si fosse svolto lontano dagli occhi di tutti, circoscritto alle vie del Ghetto.

Eccolo qua, quindi,uno dei miei due sampietrini dorati di oggi: li ho toccati, li ho fotografati, e poi li ho accarezzati.

È stato il mio saluto, quella carezza, a Costanza Spizzichino e a Costanza Sonnino, e attraverso quelle pietre, il mio inciampo, quel saluto è, ancora una volta, il mio impegno e la mia volontà, il mio non voler dimenticare, mai, i sei milioni di ebrei uccisi nei campi di concentramento, la mia carezza per ciascuno di loro.

Costanza Sonnino

Costanza Sonnino

Costanza Spizzichino

Costanza Spizzichino

 

 

Andare partire restare e tornare.

Proprio qualche minuto fa, su Facebook, il mio amico Marco Valenti, scrive questa frase di Rudyard Kipling: «Tutto considerato, esistono due specie di uomini: quelli che restano a casa, e gli altri.»

Ed io gli rispondo così: «L’ho sempre pensato, ma la mia teoria è un po’ differente, senza conoscere quella di Kipling, magari poi coincidiamo. Io credo che ci siano persone nate per andare, girare, esplorare, ed altre, non meno importanti, che abbiano il compito di restare, consolidare, accogliere chi torna o chi arriva.»

E aggiungo: …e salutare chi parte, rassicurandolo sul fatto che, ovunque andrà, ci sarà sempre una casa pronta ad accoglierlo quando e se deciderà di tornare.

Si capisce, per caso, da questo discorso, che io appartengo alla specie che resta?

Elogio del vivere con lentezza.

Ecco.
Non è che io voglia proprio necessariamente tirare acqua al mio mulino, ma io (io) una cosa del genere

Elogio della lentezza

Tra un libro e una crostata vivo con lentezza.

l’ho scritta proprio pochi giorni fa!

E se non ricordo male, ma la mia memoria antica se la cava ancora piuttosto bene, mentre è sul recente che perde inesorabilmente colpi, qualche anno fa scrissi addirittura un breve post sull’argomento.

Quindi, mi rilasso, in uno slancio di dinamicità scrivo in colonna su un post-it nel cose da fare assolutamente nei prossimi giorni, cerco di capire quali possano essere rimandate il più in là possibile nel tempo, respiro profondamente, mi verso un’altra tazza di tè e torno sul divano a leggere.

La crostata no, quella purtroppo non c’è, era solo uno specchietto per le allodole golose.

Che le stelle vengano a me.

Sono giorni in cui ti dividi tra l’abbrutimento influenzale e il fermento delle idee.
Da una parte il restare chiusa in casa, tutto il giorno in pigiama, nessuna voglia di lavarsi, mettersi le creme sul viso, rendersi un essere umano.
Dall’altra la freschezza delle idee, un incontro stimolante, nuove porte che lasciano entrare uno spiraglio di luce, la proiezione di un futuro che potrebbe essere diverso, forse più luminoso.
Due stati che si incontrano, quello fisico e quello mentale, difficile prevedere cosa verrà fuori, probablmente qualcosa di rivoluzionario, una congiunzione astrale di quelle che si vericano solo una volta ogni dieci anni.
Domani mi butto sotto la doccia, febbre o non febbre, altrimenti cosa mi sono liberata a fare di Saturno?

Dietro le quinte.

Smonti il presepe, avvolgi delicatamente le statuine nella carta con le bolle, le imballi una a una cercando di non staccare altre foglie dalla palma, oppure spezzare le delicate zampette delle pecore, o rompere le corna del bue.
Sono in ceramica bianca, tua suocera le ha modellate una a una negli anni, ha passato la cristallina, le ha cotte nel forno che ha in cantina.
Avvolgi anche l’unico dei Re Magi del tuo presepe, chissà poi quale dei tre, se Gaspare Melchiorre o Baldassarre, se nel tuo presepe è arrivato l’oro, l’incenso, oppure la mirra; perché il tuo è un presepe in crescita, di quelli ai quali ogni anno si aggiunge un pezzo, e ti ricordi di quando all’inizio erano solo loro tre: San Giuseppe, la Madonna con il bambino e la cestina di vimini vuota, perché Gesù è in braccio alla mamma.
Poi inizi a togliere il muschio, a ripiegare ordinatamente le montagne di carta mimetica, a staccare il cielo stellato per riporli nella scatola che fino al prossimo anno li custodirà in cima all’armadio, anche se il muschio ormai dopo qualche anno si è seccato e bisognerebbe comprarne di nuovo; quando stacchi il cielo stellato, però, ti accorgi che un pezzetto d scotch è rimasto sull’intonaco celeste della libreria in muratura dove l’avevi annidato, e provi a staccarlo, delicatamente, ma non abbastanza si vede, perché un pezzetto di quell’intonaco color pervinca chiaro viene via con lo scotch, lasciando un piccolo buco bianco, proprio sul fronte.
E ti viene da pensare, allora, a quel che resta della festa, dietro a tutti quei lustrini, quelle luci abbaglianti, quei pacchetti colorati, quelle luci e quelle candele.
Quanti buchi restano, là dietro?