Carpe diem.

Ovviamente questo è l’avambraccio destro :-)

Il tempo di una pipì, anche piuttosto veloce, e ne sono uscita con tre pizzichi di zanzara:
uno sulla chiappa sinistra,
uno sulla coscia destra,
e uno sull’avambraccio destro.

Quello che si dice ‘cogliere l’attimo’: schifose e fameliche opportuniste, siete peggio delle tasse.



Risveglio di un mattino di mezza estate.

I miei, che mi si accende tutte le mattina la radio sintonizzata sul notiziario di Radiodue, assomigliano sempre più a un incubo con risveglio di soprassalto, dopo che per tutta la notte (quando si accende la radio resto in uno stato di incoscienza mista a sonnolenza mista a coma per almeno una quarantina di minuti) ho smaniato e un senso di inquietudine mi ha presa per mano, accompagnata sull’orlo del baratro e spinta nel vuoto.
Spread, Spending review, Moody’s, Agenzie di rating, Crisi dell’euro, e Tassi record assumono ogni giorni di più le sembianze di mostri sottomarini che dalle acque tempestose emergono minacciosi per afferrarmi con i loro tentacoli e trascinarmi sott’acqua.
In parole povere mi sta venendo l’ansia, anche se di economia ne so come di fisica quantistica.
C’è grossa crisi, oserei dire.



La storia è questa:

Tutto ebbe inizio da qui.

qualche anno fa, direi nel 2006 o giù di là, ha iniziato a balenarmi per la testa un’idea: quella di realizzare delle T-shirt che recassero delle scritte.

Ma non dovevano essere delle scritte qualsiasi, altrimenti che idea sarebbe stata!, bensì tutti quei luoghi comuni che usiamo, chi più chi meno, quando parliamo.

E così sono arrivate le mezze stagioni (che si sa, non esistono più) gli uomini e le donne di una volta (quelli poi, nemmeno a cercarli con il lanternino)  il buco dell’ozono (è sempre tutta colpa sua: il caldo, il freddo, i terremoti, le maree…) e il caldo (che si sa, il caldo sarebbe niente se non fosse per l’umidità, che anche nel deserto ci sono 60° ma mica è come qua che invece…) e tanti altri ancora pronti sulla rampa di lancio.

Ho iniziato a lavorare al marchio, ma prima ancora al naming, alla grafica, a pensare come mi sarebbe piaciuto che fossero.

E poi ho preso mio marito (ma direi che marito ancora non era) e mio fratello (che invece era già fratello) e gli ho detto: soci!

E siamo partiti: pochi soldi, esperienza di settore zero, tempo ancora meno.

Abbiamo registrato marchio e frasi, abbiamo stampato un bel numero di T-shirt, le abbiamo regalate a parenti e amici, le abbiamo vendute a parenti e amici un po’ più lontani (ma anche a un bel po’ di estranei!), le abbiamo omaggiate ai giocatori delle cinque principali squadre di calcio di serie A, abbiamo aperto il sito dal quale dovevano nascere tre blog: ne sono nati due, è rimasto solo il mio, che poi è diventato tutt’altro: il mio blog.

E poi ci siamo fermati.

Ovvio, non sapevamo niente di niente e quello che avremmo dovuto fare sarebbe stato investire molti più soldi per stamparne un quantitativo tale che ci consentisse, con molti altri più soldi, di trovare un rappresentante che ce le vendesse ai negozi e poi…

E po fine.

Ma adesso, che il lavoro non c’è più (e quindi almeno il problema del tempo, per ora, l’abbiamo risolto) e che ho ancora a disposizione un certo numero di quelle T-shirt, e che non manca volta che indossandone una, o io o mio marito o qualche parente o amico, ci sia qualcuno che faccia un commento o un apprezzamento (Ma che carina! Uh, com’è vero, le donne di una volta non ci sono proprio più! È proprio vero, se non ci fosse l’umidità!), mi sono detta: ‘Ma perché non provare ad aprire un negozio online su Etsy.com?

Ecco, amici tutti, una sola cosa vi chiedo: il passaparola!

C’è il link di etsy.com in cerca di ‘favorite’

C’è la pagina su Facebook in cerca di ‘mi piace’

C’è la pagina su Twitter in cerca di follower



Domani ripartiamo da qui.

Un’idea, un luogo comune, tante t-shirt. Divertiti, indossale e divertiti ancora.



Le mirabolanti imprese di Pepe.

Acquistati due metri di rete verde.
Acquistati tre metri di filo metallico plastificato.

Ore 20: laPitta e ilChicco posizionano la rete sul lato corto del terrazzo.
Tempo impiegato per l’operazione comprensiva di taglio dei laccetti di filo metallico plastificato in tinta utilizzati per legare la suddetta rete alla ringhiera del suddetto balcone e comprensiva dello spostamento di alcuni vasi di piante compreso ilLimone: circa 45′.

Ore 21 circa: Pepe è in terrazzo.
Tempo impiegato per salire comprensivo dell’arrampicata modello ragno: circa 2′.

L’operazione si dichiara conclusa e fallita.
Si attendono nuovi sviluppi.



C’è pepe.

Cioè, c’è Pepe che è un gatto rosso di circa un anno che pur avendo dei padroni, quelli del giardino all’angolo del vialetto, da una decina di giorni ha deciso di accasarsi da noi che stiamo al primo piano al centro del vialetto.
A me piacerebbe molto, ho sempre avuto una certa passione per i gatti rossi, e Pepe è anche affettuoso e struscione come piace a me, e apprezzo anche le sue doti acrobatiche, quelle che sfrutta per arrivare fin dentro il nostro terrazzo, se non fosse che Emma e Priscilla, le gatte resident, non sono affatto della mia stessa idea: soffiano, ringhiano, fanno degli strilli, soprattutto Emma, che mai avrei pensato che corde vocali di gatto potessero emettere.
Sale a tutte le ore: di giorno, di pomeriggio, di sera tardi, la mattina all’alba.
Ecco, dopo un paio di risvegli poco prima delle cinque, con la nostra stanza da letto trasformata in ring, Emma all’attacco e Priscilla nascosta sotto il tavolino di Ikea dalla cui testa usciva un fumetto chiarissimo che diceva ‘Emmma, ci pensi tu vero?’, e un rientro pomeridiano in cui ho trovato Emma e Pepe fronteggiarsi sotto al tavolino del soggiorno in mezzo a un lago di pipì e… vabbe’ lasciamo perdere, abbiamo deciso di suonare ai vicini per metterli al corrente della situazione, cosa che comunque gli avevamo già accennato nei giorni scorsi.

Ore 10,30: prendo Pepe, scendo nel vialetto e suono. Mi apre ‘lui’ in canotta, mezzo rintronato; gli spiego nuovamente la situazione, sembra cascare dalle nuvole, non capisce nemmeno che a litigare con Pepe siano le mie gatte, quelle che abitano insieme a me, e alla fine, dopo mia esplicita richiesta, dice che sì, terrà per un paio di notti Pepe in casa, il tempo che ci serve per posizionare una rete sul lato del balcone e sperare che non riesca a scavalcarla.

Ore 11: Pepe è di nuovo da noi. Chicco prende Pepe, scende nel vialetto e suona. Apre ‘lei’ e dopo aver ascoltato le rimostranze di Chicco gli dice: ‘Ma perché non vi chiudete?’
E Chicco: ‘Ma perché non vi chiudete voi?’
Risposta: ‘Perché fa caldo’ e aggiunge ‘Ma non avete le zanzariere?’.
‘No, non abbiamo le zanzariere’, risponde Chicco sempre più alterato.
‘Ve le mettiamo noi’ arriva a proporre lei in un momento di follia notturna estiva.

Al che Chicco le dice che per lui non ci sono problemi se Pepe salirà anche questa notte, che è un gatto simpatico e che a noi piace pure molto, ma che lui, a qualsiasi ora salirà, scenderà a portarglielo e suonerà al citofono.

Abbiamo dormito ininterrottamente fino al suono della sveglia, Pepe, naturalmente questa notte non è salito.
Eccheccevo’!



Hai dei cerchioni bellissimi.

Cerchioni Twingo

Indovina quali sono!

Quando avevo una ventina d’anni, un giorno a pranzo andai a servire ai tavoli della mensa della Caritas.
Due cose ricordo di quella giornata, oltre all’esperienza ricca di umanità: la quantità di pane richiesto dalle persone e un indiano (ho sempre avuto un certo ascendente sugli indiani e limitrofi, magari un giorno racconterò anche di quella volta che andavo in treno a Piacenza e…) che mi disse che avevo delle belle sopracciglia: un complimento piuttosto insolito, nessuno me l’aveva detto mai.

Oggi, dopo più di vent’anni, mentre andavo a fare colazione da Cristiano, mi si avvicina un venditore ambulante africano, che cerca di piazzarmi calzini e affini, e alla fine, dopo avermi chiesto di offrirgli un caffè, mentre gli sto dando una moneta da un euro, guarda la mia nuova Twingo rosso fiammante e mi dice ‘Che bei cerchioni che hai!’.

Ma cosa siamo diventati, tutta tecnologia e motori, o sono effettivamente passati più di vent’anni? :-)



Pubblicato in me | Contrassegnato con

Un post. Anzi, quasi un commento ombelicale.

Mondo Blog



Ho ricevuto questo libro in regalo, come scopro dalla dedica, nel giugno 2003, in un giorno non meglio specificato.
Eloisa Di Rocco, l’autrice, è stata tra le primissime blogger italiane, lei che da Chicago scrutava l’iperspazio e, avanti come è sempre stata, pioniera del web italico, in un freddo gennaio del 2001 lanciava il suo lapizia.net nella Rete.

Ed io lapizia.net, me lo bevevo come un romanzo a puntate, quando l’ho scoperto. Non vedevo l’ora di leggerlo e di riconoscere le persone di cui raccontava, sentir parlare dell’agenzia dove lavorava (anni luce avanti anche lei rispetto a quella dove lavoravo io), toccare quasi con mano la sua nostalgia per l’Italia e per Roma, aspettarla quando per me era quasi notte e per lei giorno e viceversa.

E dal suo blog, ad effetto domino, ho iniziato a leggere Rillo, Leonardo, Broono, Vanessa, Wile, quel nucleo di blogger che qualche tempo dopo, quando ormai la sua avventura negli States era finita, si riunì nella sua piccola casa di Roma.

«Presto la mia piccola casa non ce la fece a contenere tutti, e malgrado la serata freschina la gente si riversò nel terrazzo. Mi accorsi solo dopo un po’ che in maniera naturale i miei invitati si erano perfettamente divisi fra vecchi amici, rimasti dentro, e blogger, che stanziavano fuori, alla luce delle fiaccole e delle stelle.
Fra questi c’era chi si vedeva per la prima volta quella sera, ma passarono ugualmente tutta la notte a scherzare e a parlare di cose geek. A vederli così sembravano molto diversi fra loro, per età, per città di nascita, per interessi, per professione, per carattere. Eppure sul mio terrazzo, come poi sarebbe successo nel casale di Biccio o in trattoria, sembrò parlassero una lingua comune. C’era qualcosa che faceva parte di tutti noi, nella quale ognuno si riconosceva un po’. Cosa fosse, mistero.»

Stasera, quando ho preso per caso questo libro in mano, rovinato anche lui dal nubifragio di ottobre, con le pagine ormai ispessite e ondulate, e ho cominciato a sfogliarlo e a rileggerlo, per un attimo ho avuto la sensazione di leggere storie che narrano fatti di un’altra epoca, un diario di bordo che racconta le gesta di pionieri che come i cercatori di oro arrivavano nel west, si lanciavano con le loro storie quotidiane attraverso spazi infiniti, giovani e tecnologici esploratori che con la loro curiosità ci hanno regalato tutto quello che oggi a noi che chattiamo e postiamo con estrema facilità sembra già passato, ma che per loro era un futuro ancora tutto da scoprire. Un tempo in cui blogger, webdesigner, giovani pubblicitari, tutti in qualche modo ci si conosceva, ci si incontrava, ci si incrociava, online o dal vivo, come in quella sera d’estate di poco tempo dopo in cui ci ritrovammo seduti sui gradini di Piazza Trilussa, quella sera in cui Enzo B. mi abbracciava stretta stretta e mi diceva ‘Patti Patti, ed io che ti credevo bionda!’. Te la ricordi quella sera, Elo?

Già perché, dimenticavo, altrimenti che commento ombelicale sarebbe, Eloisa è amica mia, e quella piccola casa con quel terrazzo dal quale in quella notte freschina si vedevano le stelle, oggi è casa mia.
(E se io sono laPitta è solo grazie a laPizia.)

[Dimenticavo]
Poi un giorno, quando a poco a poco i blog cominciavano ad essere diffusi tra i più, come le Dive al culmine della notorietà, laPizia ha spinto sul suo blog il tasto ‘delete’, e… puf, tutti i ‘kb’ sono tornati nell’iperspazio!



Follie d’estate.

Vi viene in mente qualcuno più sciagurato (incosciente, fuori di testa, imprudente?) di una che con 38° si mette alle tre del pomeriggio a fare giardinaggio in terrazzo?
Che sia il richiamo della foresta? O un primo sintomo di insolazione?



Pubblicato in me | Contrassegnato con