Anniversari.

Cinque anni fa eravamo qui, in Sabina.
C’erano il sole, baci e sorrisi, ed io avevo la zanzariera davanti agli occhi.

Dieci anni fa, invece, eravamo all’Ifo.
C’erano il sole, lacrime e abbracci, ed io tornavo dal mare.

E poi, ti abbiamo portato in Sabina, tra gli ulivi.

Così, quando ogni nove giugno ritorno in Sabina, non è solo un anniversario (anzi due) ad unirci, ma un giorno speciale che sa di lacrime, abbracci, baci e sorrisi.



140 anni di Roma capitale

Sarà che ho abitato in zona per tanti anni.
Sarà che sono sempre stata sensibile al Risorgimento italiano.
Sarà che ho  visto ogni anno la corona deposta ai piedi del monumento al Bersagliere.
Sarà che sono una romantica.
Sarà che quando varco Porta Pia e imbocco la Nomentana, anche ora che non ci abito più, il mio cuore dice "casa".

Sarà tutto questo, ma io sono emozionata!

Qui il programma completo dei festeggiamenti.
Anche se la festa purtroppo è funestata da una giornata di lutto

ricordi

foto di bisont19

ho sempre pensato che foste molto più simili di quanto eravate disposti ad ammettere con voi stessi, e questo giorno, che vi ha uniti per tutta la vita, ne è la prova tangibile.
anche adesso che non ci siete più, ma che siete sempre presenti nei pensieri di chi vi ha amati, il ricordo delle vostre discussioni riesce sempre a strapparmi un sorriso tra le lacrime.

11 settembre

(disegno preso da: www.pernondimenticare.it )

“I can’t watch”
(Quanto dura la fiammella di una candela?)
“Ore 8,46 il volo American Airlines 11 colpisce in pieno la Torre Nord a Manhattan
Ore 9,03 il volo United Airlines 175 si schianta contro la Torre Sud
Ore 9,59 la Torre Sud (la seconda ad essere colpita) crolla, collassando su se stessa
Ore 10,28 crolla la Torre Nord
Ore 11,02 Mayor Rudolph Giuliani order the evacuation Lower Manhattan”
Il meglio che possiamo fare è sopravvivere.
È quel che ci hanno detto.
Sopravvivere è il meglio che possiamo fare.
Attacchiamo e ci ritiriamo, e causiamo la morte.
Ma non si è mai abbastanza preparati all’orrore.
Coriandoli di anime 18 gradi Fahrenheit, di impiegati in camice bianche a tuffarsi sull’oblio di fumo.
Vuoti d’anime a perdere.
La terra si sgretola, e l’unico suono sinistro è l’urlo angusto delle sirene dei soccorsi.
Oggi, quando esci dalla metropolitana a Battery Park e alzi lo sguardo tra i grattaceli, dando le spalle a Ellis Island capisci senza bisogno della mappa che là dove si alzano quelle gru, là dove un vuoto innaturale si fa largo tra i palazzi, sì là c’era il World Trade Center.
I venditori ambulanti spiegano le T-shirt con la scritta I LOVE NY.
I turisti giapponesi scattano foto.
Ground Zero
La bocca spalancata sull’inferno, la voragine di milioni e milioni di metri cubi di cemento, acciaio, il simbolo della potenza, il vanto, l’illusione, il sogno.
Il dolore.
Quello che ti prende la bocca dello stomaco e ti vela gli occhi.
E lo sguardo al cielo troppo azzurro, troppo azzurro.
Dov’è dio?
Ruggivano i leoni di pietra, Patience e Fortitude, davanti alla Public Library.
“2986 morti, tra cui i “bravest of bravest” 342 pompieri e 70 poliziotti”
Il meglio che possiamo fare è sopravvivere, così dicono.
C’è un silenzio innaturale nell’antico cimitero di St. Paul’s Chapel.
La donna anziana all’ombra dei sicomori tiene gli occhi socchiusi nella luce chiara del primo pomeriggio.
Sbriciola del pane secco per i passeri, poco alla volta perchè a terra non si sporchi.
Peter Huggenford, 1795, c’è scritto sulla vecchia lapide.
Gli anni in cui Battery Park era il porto per l’America, quell’America da sognare.
“Tu vuò fa l’ americano
mmericano! mmericano!
ma si nato in Italy!” ritornello che rimbalza.
I transatlantici si fermavano a Ellis Island dove la terza classe era costretta a severissimi controlli.
E “Broccolino” nel nome del padre.
L’America del Rockefeller, 14 piani ogni due mesi.
L’Empire.
Il Chrysler.
Battere i record costruire in altezza per conquistarsi un po’ di cielo da coltivare.
“Colpire New York, è come colpire i bambini” hai detto su quella che oggi è Liberty Street.
Libertà.
Quella promessa da una statua, un simbolo.
Libertà.
Quella di milioni di anime venute giù tra calcinacci e macerie a ricoprire il piccolo cimitero di St. Paul’s, alle spalle del World Trade Center.
(Quanto dura la fiammella di una candela?)
La vecchia signora accenna un sorriso e domanda:
“How are you?”
Poi, senza aspettare risposta racconta brandelli di ricordi.
Di un dramma, di terra senza ritorno.
Un figlio da piangere, anima in pulviscolo tra migliaia di anime in quel piccolo cimitero, vecchio come le sue lapidi dove non si legge quasi più nulla, dove le ossa sono polvere.
E la polvere delle torri lo ha ricoperto dopo il crollo.
Terra, alla terra.
Non è mai stato costruito uno scalpello che possa distruggere un sogno.
E il sogno sopravvivrà alla cenere.
Sai, sai perfettamente che nulla sarà mai più come prima.
Che il mondo si è fermato, la Borsa è crollata.
Poi più niente.
“14 Settembre 2001, il sindaco chiese al Reverendo di St. Paul’s di suonare le campane a mezzogiorno.
-Come fare? Manhattan è senza luce-
Poco dopo il Reverendo con due uomini del servizio d’ordine salì il buio campanile e a mezzogiorno in punto fecero suonare la campana.
12 rintocchi
I soccorritori si fermarono, tolsero i loro caschi e stettero in silenzio.
In segno di rispetto.”
La donna aspetta.
A Battery Park c’è il simbolo in bronzo che si è salvato dal crollo delle torri.
Lì brucia una fiamma perenne.
Ora so quanto può durare una candela.
“I can’t watch”
“Don’t watch, run. It’s going to come down”
(scritto da Cristina Cardone nel suo blog

11 settembre

(disegno preso da: www.pernondimenticare.it )

“I can’t watch”
(Quanto dura la fiammella di una candela?)
“Ore 8,46 il volo American Airlines 11 colpisce in pieno la Torre Nord a Manhattan
Ore 9,03 il volo United Airlines 175 si schianta contro la Torre Sud
Ore 9,59 la Torre Sud (la seconda ad essere colpita) crolla, collassando su se stessa
Ore 10,28 crolla la Torre Nord
Ore 11,02 Mayor Rudolph Giuliani order the evacuation Lower Manhattan”
Il meglio che possiamo fare è sopravvivere.
È quel che ci hanno detto.
Sopravvivere è il meglio che possiamo fare.
Attacchiamo e ci ritiriamo, e causiamo la morte.
Ma non si è mai abbastanza preparati all’orrore.
Coriandoli di anime 18 gradi Fahrenheit, di impiegati in camice bianche a tuffarsi sull’oblio di fumo.
Vuoti d’anime a perdere.
La terra si sgretola, e l’unico suono sinistro è l’urlo angusto delle sirene dei soccorsi.
Oggi, quando esci dalla metropolitana a Battery Park e alzi lo sguardo tra i grattaceli, dando le spalle a Ellis Island capisci senza bisogno della mappa che là dove si alzano quelle gru, là dove un vuoto innaturale si fa largo tra i palazzi, sì là c’era il World Trade Center.
I venditori ambulanti spiegano le T-shirt con la scritta I LOVE NY.
I turisti giapponesi scattano foto.
Ground Zero
La bocca spalancata sull’inferno, la voragine di milioni e milioni di metri cubi di cemento, acciaio, il simbolo della potenza, il vanto, l’illusione, il sogno.
Il dolore.
Quello che ti prende la bocca dello stomaco e ti vela gli occhi.
E lo sguardo al cielo troppo azzurro, troppo azzurro.
Dov’è dio?
Ruggivano i leoni di pietra, Patience e Fortitude, davanti alla Public Library.
“2986 morti, tra cui i “bravest of bravest” 342 pompieri e 70 poliziotti”
Il meglio che possiamo fare è sopravvivere, così dicono.
C’è un silenzio innaturale nell’antico cimitero di St. Paul’s Chapel.
La donna anziana all’ombra dei sicomori tiene gli occhi socchiusi nella luce chiara del primo pomeriggio.
Sbriciola del pane secco per i passeri, poco alla volta perchè a terra non si sporchi.
Peter Huggenford, 1795, c’è scritto sulla vecchia lapide.
Gli anni in cui Battery Park era il porto per l’America, quell’America da sognare.
“Tu vuò fa l’ americano
mmericano! mmericano!
ma si nato in Italy!” ritornello che rimbalza.
I transatlantici si fermavano a Ellis Island dove la terza classe era costretta a severissimi controlli.
E “Broccolino” nel nome del padre.
L’America del Rockefeller, 14 piani ogni due mesi.
L’Empire.
Il Chrysler.
Battere i record costruire in altezza per conquistarsi un po’ di cielo da coltivare.
“Colpire New York, è come colpire i bambini” hai detto su quella che oggi è Liberty Street.
Libertà.
Quella promessa da una statua, un simbolo.
Libertà.
Quella di milioni di anime venute giù tra calcinacci e macerie a ricoprire il piccolo cimitero di St. Paul’s, alle spalle del World Trade Center.
(Quanto dura la fiammella di una candela?)
La vecchia signora accenna un sorriso e domanda:
“How are you?”
Poi, senza aspettare risposta racconta brandelli di ricordi.
Di un dramma, di terra senza ritorno.
Un figlio da piangere, anima in pulviscolo tra migliaia di anime in quel piccolo cimitero, vecchio come le sue lapidi dove non si legge quasi più nulla, dove le ossa sono polvere.
E la polvere delle torri lo ha ricoperto dopo il crollo.
Terra, alla terra.
Non è mai stato costruito uno scalpello che possa distruggere un sogno.
E il sogno sopravvivrà alla cenere.
Sai, sai perfettamente che nulla sarà mai più come prima.
Che il mondo si è fermato, la Borsa è crollata.
Poi più niente.
“14 Settembre 2001, il sindaco chiese al Reverendo di St. Paul’s di suonare le campane a mezzogiorno.
-Come fare? Manhattan è senza luce-
Poco dopo il Reverendo con due uomini del servizio d’ordine salì il buio campanile e a mezzogiorno in punto fecero suonare la campana.
12 rintocchi
I soccorritori si fermarono, tolsero i loro caschi e stettero in silenzio.
In segno di rispetto.”
La donna aspetta.
A Battery Park c’è il simbolo in bronzo che si è salvato dal crollo delle torri.
Lì brucia una fiamma perenne.
Ora so quanto può durare una candela.
“I can’t watch”
“Don’t watch, run. It’s going to come down”
(scritto da Cristina Cardone nel suo blog