Come ti guardo

Qualche giorno fa, un amico:

- Stai benissimo, sembri una ragazzina.
Forse dipenderà dai capelli legati, li porti quasi sempre sciolti.

Qualche giorno prima, una vicina di casa:

- Ma che capelli lunghi che hai!
Non me ne ero mai accorta, forse perché li porti sempre legati.

Della serie è proprio vero che spesso le persone che hai intorno ti guardano ma non ti vedono.
A volte può essere divertente, altre ti lasciano un po’ di perplessità.

[Ah, i capelli li porto sciolti o legati, indifferentemente, anche nel corso della stessa giornata.]

Il mondo che vorrei.

Questa notte, tornando a casa dopo una festa sulla spiaggia, nel parcheggio condominiale un riccio di medie dimensioni, trotterellando, ci ha attraversato la strada.
Io ho gridato ‘Oddio!’, pensando che fosse un topone, solo un attimo prima di capire che non era un topone e di scendere di corsa dalla macchina per cercare di accarezzarlo.
Lui, veloce come un lampo, già non c’era più, nascostosi probabilmente sotto una delle macchine parcheggiate in fila.
I gatti, chi sotto altre macchine, chi in sella a uno scooter, ci guardavano immobili e sonnacchiosi al chiarore di una luna gigantesca, ma ancora a metà, con i loro occhi a mandorla.
Nessuno si è azzuffato, nessuno è stato investito da una macchina, nessuno ha avuto paura della diversità dell’altro e ognuno, dopo l’attimo di sorpresa che aveva attraversato il parcheggio immerso nel silenzio, è tornato alle sue attività. Qualcuno stiracchiandosi, qualcuno trotterellando, qualcun altro con i capelli esplosi per via dell’umidità che c’era nell’aria affrettando il passo e pensando che forse, dopo aver vissuto uno di quei rari momenti di armonia con l’universo che capitano solo nei sogni e nelle notti di mezza estate, era l’ora di andare a dormire.

Incontro di una notte di quasi estate.

Domenica sera tornando dalla mia prima cena kosher al Ghetto, costeggiando la sinagoga per tornare a prendere la macchina, svoltando all’angolo che lungo il lato più buio corre parallelo al Lungotevere, sul marciapiede, mi sono trovata a camminare incontro a un uccello piuttosto grande maculato bianco e grigio.
Ma… cos’è? ho esclamato ad alta voce, che io dalle mie parti sono abituata a rondini merli e cornacchie e a occhio e croce non mi sembrava nessuna delle tre cose.
E proprio mentre il punto interrogativo restava sospeso nell’aria calda della sera, ho esclamato Un gabbiano!
In realtà forse, in una di quelle strane esclamazioni anche un po’ interrogative, devo aver detto Un gabbiano?
Io mi avvicinavo e lui mi guardava di traverso, con l’occhio sbilenco che esprimeva una frase del tipo Ti vedo anche io ma faccio finta di non vederti, non ti avvicinare troppo carina.
Io lo guardavo incredula e continuavo a dire È la prima volta che vedo un gabbiano così da vicino e per giunta al centro di Roma!
Ma non intorno all’Altare della Patria, non lungo gli argini del Tevere, semplicemente un gabbiano che passeggiava lungo un marciapiedi del Ghetto, come fosse la cosa più normale di questo mondo.
Mi sono avvicinata un altro po’, finché alla fine ci siamo trovati, lui rasente il muro, sempre con l’occhio sbilenco, e io che mi sono immobilizzata per non spaventarlo, a non più di venti o trenta centimetri l’uno dall’altra.
Per un momento ci siamo chiesti in silenzio Ma dov’è il porto? (io) Ma dove sono i pesci? (lui) finché ognuno dei due, con il suo punto interrogativo, se n’è andato per la sua strada.
Attraversando la strada, mentre il Chicco e io ancora ridevamo stupiti, una signora che camminava sul marciapiedi dall’altro lato della strada mi fa un gesto con la testa, a indicare , e mi domanda Ma era un gabbiano?
Eh sì, signora mia, non ci sono più i passerotti di una volta!

Strani segnali dall’iperspazio.

Il 4 ottobre (il perché di tanta precisione sarà presto chiaro) sono a casa di mio fratello e mi trovo ad armeggiare con il cellulare di Lorena, mia cognata: decido, poiché lei non sa farlo e vorrebbe tanto poterla avere, di configurarle la posta elettronica.
Non che io sia bravissima, ma sono quello che si dice (almeno, quello che io mi dico) una smanettona e quindi, anche se il telefono è completamente diverso dal mio, ci provo: tuttalpiù, mi dico, resterà tale e quale, cioè senza email sul cellulare.
Provo di qui, copio di là, alla fine, in qualche modo – esultanza baci abbracci e sorrisi – configuro.
Per aver la certezza di aver fatto le cose perbenino faccio quello che di prassi faccio anche sul mio computer quando aggiungo una nuova casella di posta: mi invio una email dal suo cellulare, e dal mio ne invio un paio a lei da due diversi account di posta.
Tutto bene, tutto funziona: riceve e invia, grazie grazie, fine della storia.

Credevo.

Perché oggi, 16 maggio, quindi sette mesi dopo, ricevo questa email da un indirizzo che, a colpo d’occhio, avrei giurato essere quello di Lorena:

«Ciao,
non ricordo chi sei ?
Fammi sapere
Lorenzo»

Ehhhh? Mi chiedo di istinto, come non ricordi chi sono, ma soprattutto perché Lorena si firma Lorenzo???
Subito dopo rifletto, realizzo, ricostruisco passo passo quanto scritto sopra e capisco: sette mesi fa, una delle due email che ho inviato l’ho mandata a chissà chi, sbagliando l’indirizzo del destinatario.

Certo, mi dico anche, che questo Lorenzo, probabilmente, anzi sicuramente, separato dall’indirizzo email di mia cognata da un punto o da chissà cos’altro, al quale ho inviato per sbaglio una email con scritto solamente «Prova», ha i tempi di reazione di un bradipo in letargo!
Chissà, in altri tempi, io che credo alle coincidenze, avrei pensato a un segno del destino, a un messaggio lanciato nell’iperspazio da chissà quale Principe Azzurro, mentre oggi, molto più banalmente, mi trovo a considerare che sia solo l’incontro casuale – alla «Le ho mai raccontato del vento del Nord» che non sarà – tra due storditi cronici: una distratta smanettona e un bell’addormentato nel web.

C’è vento.

Tornando a casa, mentre cerco inutilmente di dare un senso a un’uscita che mi era sembrata davvero avvilente essendosi conclusa con una rapida tappa da Acqua & sapone per acquistare gel e carta igienica, dopo la fallimentare missione cioccolata (sembra che le due cioccolateria di zona, aperte da pochissimo tempo, abbiano deciso entrambe di scegliere il giovedì come giorno di chiusura), mentre sono al volante incrocio un signore di un’età indefinita dai capelli rosso carota (sto guidando, non è che possa cogliere al volo tutti i dettagli) che cammina controvento sul marciapiede alla mia destra, proprio nel momento in cui il suo riporto svolazza modello ala dalla parte opposta a quella in cui abitualmente è collocato.
Poco più avanti, alla fermata dell’autobus, un gruppo di ragazzi ride. Chissà perché.
E penso: ma quanto siamo ridicoli quando vogliamo a tutti i costi apparire altra cosa rispetto a quello che veramente siamo?