Come ti guardo

Qualche giorno fa, un amico:

- Stai benissimo, sembri una ragazzina.
Forse dipenderà dai capelli legati, li porti quasi sempre sciolti.

Qualche giorno prima, una vicina di casa:

- Ma che capelli lunghi che hai!
Non me ne ero mai accorta, forse perché li porti sempre legati.

Della serie è proprio vero che spesso le persone che hai intorno ti guardano ma non ti vedono.
A volte può essere divertente, altre ti lasciano un po’ di perplessità.

[Ah, i capelli li porto sciolti o legati, indifferentemente, anche nel corso della stessa giornata.]

Un pennarello rosso.

Ho ascoltato questa intervista a Don Gallo molti anni fa, ricordo che era su Radio Capital e che l’autrice dell’intervista (che successivamente sono riuscita a ritrovare online) era Giulia Santerini.
C’è un passo che non mi ha mai lasciata da allora, ricordo ancora di averla riportata sul libro di preghiere che la parrocchia di Santa Melania all’Axa mise all’ingresso delle chiesa nei giorni in cui si pregava per la salute di Papa Giovanni Paolo II.

Eccolo:

«Nel salone qui sotto noi abbiamo una bacheca dove ognuno con un pennarello scrive quello che vuole. Un giorno vedo scritto con un pennarello nero, in grande, il male grida forte. Immagini che bel buongiorno. Dopo qualche giorno, con un pennarello rosso, lasciamelo dire perché il rosso è un bel colore… ma la speranza grida più forte.»

Il coraggio di parlare.

Ci sono due cose che mi colpiscono in questa storia, due più di altre.
La prima è questa foto: è da ieri che la guardo, che ogni tanto torno a guardarla, e penso, in un momento in cui tutti ci siamo fermati a chiederci, senza riuscire a immaginarlo, cosa possa essere stato vivere segregata e strappata per dieci interminabili anni alla propria vita, alla smorfia di dolore e di incredulità che si legge sul volto della sorella.
Ritrovare una sorella dopo dieci anni, una sorella che forse si credeva di non rivedere mai più, una sorella della quale adesso si saprà cos’ha sofferto e cos’ha vissuto a pochi passi dalla sicurezza e dal calore della propria casa, si può riuscire a immaginare anche questo, cosa voglia dire ritrovare qualcuno che si credeva perduto per sempre?
Ecco, su quel volto c’è una gioia che è talmente vicina al dolore da farmi riempire gli occhi di lacrime, di gioia e di dolore ogni volta che la vedo, senza riuscire a fare a meno di guardarla.

Amanda Berry, al centro, tra la sorella e la figlia nata durante la prigionia.

Amanda Berry, al centro, tra la sorella e la figlia nata durante la prigionia.

E poi queste parole, le parole conclusive dell’articolo pubblicato su Il Corriere della Sera online, «Quante altre Amanda o Gina sono in mano a sadici che le trasformano in schiave?».
Ecco, queste parole mi mettono i brividi: se non ho, se non abbiamo la forza di pensare a come abbiano fatto queste tre ragazze, oggi giovani donne, a trascorrere così dieci anni della propria vita, pensieri che altre storie, stesse storie, già vissute in passato a Vienna da Natasha Kampusch riportano alla mente, immaginare che ci siano (e sicuramente ci saranno) altre donne che stanno vivendo una situazione analoga, ha un effetto devastante, e il senso di impotenza che mi prende si tramuta in rabbia, una rabbia che però non trova sfogo.
L’unica speranza, ma questo articolo purtroppo di speranza me ne lascia molto poca, è che chi sappia o sospetti qualcosa, si ricordi di essere parte di una società civile, e decida di fare quello che gli abitanti di Cleveland non hanno saputo fare: parlare.