E la chiamano estate.

Il mio maestro si chiamava Ugo Fracassi, ce l’ho avuto solo in quarta e in quinta elementare, perché le prime tre classi le avevo frequentate a Palermo alla Scuola Internazionale, quando io, bambina proveniente da una scuola privata della Palermo bene, al ritorno a Roma mi sono ritrovata a essere catapultata nella scuola Ciro Menotti di Roma, a Torpignattara, solo perché mamma insegnava nella scuola media adiacente.
Fauna piuttosto variopinta alla Ciromenotti, linguaggio anche più che variopinto – resta nei miti di famiglia la domanda che mia sorella Silvia, nota storpiatrice di parole, rivolse a mamma dopo uno dei primissimi giorni di scuola: Mamma, cos’è il xsinale? – e appunto il grembiule, il sinale in romanesco, accessorio che a noi, a Palermo, era del tutto sconosciuto, bianco e corredato (orrore!) da un fiocco blu elettrico di raso.

Ma insomma, questo è solo l’antefatto, perché il fatto si svolge l’undici novembre, presumibilmente in quinta, quando io e il maestro Ugofracassi avevamo già fatto conoscenza, ed ero già entrata a far parte, in quello strano esperimento di classe mista (fra le primissime alla Ciromenotti), del ristrettissimo elenco personale degli alunni che non gli davano alcun problema, ma solo grandi soddisfazioni.
Fino a quell’undici di novembre, quando ci chiese chi conosceva la storia della leggenda di San Martino.

Andò più o meno così:

Maestro Ugofracassi – Chi conosce la leggenda di San Martino?

LaPitta, cioè io, alza la mano, si guarda intorno e si accorge di essere l’unica con la mano alzata. (E vorrebbe sparire all’istante)

Maestro Ugofracassi - Ecco brava, raccontala ai tuoi compagni.

LaPitta, cioè sempre io, che pur di non parlare in pubblico, meno che meno a un branco di coetanei, sarebbe disposta a invocare San Martino per farsi trasportare altrove, sussurra un flebile - No.

No?

Il Maestro Ugofracassi, credendo di non aver sentito bene, insiste – Racconta la leggenda di San Martino ai tuoi compagni.

LaPitta alza la voce, solo un po’, e dice No ancora una volta, solo un po’ più deciso.

Maestro Ugofracassi  – Come sarebbe a dire No, ti ho detto di raccontarla.

LaPitta si chiude nel suo mutismo assoluto del tutto intenzionata a non recedere di nemmeno un millimetro dalla sua posizione.

Maestro Ugofracassi (incredulo) – Se non la racconti ti punisco.

LaPitta, cioè io –

Maestro Ugofracassi (sempre più rosso in viso) – Raccontala!

LaPitta, cioè… -

E fu così che dopo la terza o quarta volta, ma forse anche la quinta o la sesta, che il Maestro Ugofracassi incredulo, arrabbiato, deluso e anche un po’ preoccupato (perché insomma, non era contento di dover punire per insubordinazione una delle poche alunne che non gli avevano mai dato un problema che fosse uno) mandò LaPitta, cioè io, dietro alla lavagna, faccia al muro, e dopo un po’ fuori dalla porta, rendendole indimenticabile, per l’eternità, l’estate di San Martino.

A proposito, qui spunta il sole, San Martino è sempre una garanzia.

il rosso e il nero

era una sera di fine gennaio del 1983, avevo diciotto anni ancora da compiere ed ero al mio primo anno di clan.
avevo iniziato tardi ad andare dagli scout, a quindici anni, ma ero stata subito travolta dall’entusiasmo per quel mondo del quale mi piaceva tutto: la vita all’aria aperta a contatto con l’ambiente, la condivisione delle idee, dei pensieri ma anche dei dubbi, l’apertura verso l’esterno e il sostegno alle persone bisognose; per riassumerla utilizzando una terminologia cara allo scoutismo, la mia vita in quegli anni era strada comunità e servizio.
avevo stretto nuove amicizie, principalmente maschili, forse perché con i ragazzi a quell’età è sempre più facile comunicare e condividere il proprio tempo, tutto è più semplice e i problemi sono praticamente inesistenti: beh, sempre che non ci s’innamori, ma questa è un’altra storia!
insomma, quella sera di fine gennaio a casa di marco c’eravamo anche io e flavio. credo che la mamma ci avesse preparato per cena una frittata o qualcosa del genere, era abituata ad averci a tavola all’improvviso e noi a non essere trattati come ospiti ma come figli aggiuntivi. abitavamo molto vicini noi tre, a piedi in dieci minuti si passava sotto casa di ognuno di noi, marco e flavio credo riuscissero anche a vedersi dalla finestra, motivo per cui una sera sì e l’altra pure eravamo a casa di uno di noi.
mangiavamo insieme, facevamo due chiacchiere, vedevamo un film in tivù, ascoltavamo la musica; a volte andavamo a san lorenzo a bere una birra, a volte c’erano anche paola, stefano, pigi.
eravamo tutti ragazzi di sinistra, forse più per idealismo che per convinzione, non impegnati politicamente e, soprattutto, al di fuori da quella terribile logica di quartiere, il quartiere trieste degli anni ottanta, che obbligava gli adolescenti a scegliere e a vivere la propria appartenenza politica come una guerra. non so se eravamo scout perché eravamo di sinistra o eravamo di sinistra perché eravamo scout, quello che so è che la politica vissuta in quel modo non era parte attiva nelle nostre vite, preferivamo sempre il confronto, il dialogo, la condivisione.
ma quella sera era una sera diversa: non ricordo se fosse già lì, se avesse mangiato con noi o se arrivò dopo, o forse fui io ad arrivare dopo; ricordo solo che ad un certo punto mi presentarono paolo, un ragazzo alto, con un gran ciuffo di capelli sulla fronte, un paio di occhiali e un bel sorriso. era stato un compagno delle medie o forse anche delle elementari di marco, erano grandi amici. ad un certo punto mentre parlavamo mi accorgo della catenina che paolo porta al collo, la prendo tra le dita per guardarla meglio e vedo che il ciondolo è una croce celtica, il simbolo del fuan; gli sorrido e gli dico ma che sei scemo? e anche lui mi sorride. la mia incredulità non era dovuta allo schieramento politico, non mi interessava se fosse di destra o di sinistra, ma al fatto che facesse politica attivamente! lo so che oggi questo è un atteggiamento che può sembrare anacronistico e passivo, ma a me, neanche diciottenne, la politica era una cosa che sembrava lontanissima, che si leggeva solo sui giornali o che si vedeva al telegiornale.
qualche sera dopo, il 2 febbraio, paolo di nella veniva aggredito a piazza gondar mentre attaccava manifesti politici di destra in compagnia di un’amica militante come lui nel fronte della gioventù. tornato a casa si sentì male dopo poco e fu accompagnato in ospedale dai genitori. sarebbe morto il 9 febbraio, dopo una settimana di agonia, per il trauma cranico riportato a seguito di quell’aggressione: non aveva ancora vent’anni.
non lo seppi subito, non ricollegai subito quel paolo di quella sera della frittata con il giovane fascista assassinato dai comunisti. lo capii qualche giorno dopo quando rividi marco, distrutto dal dolore, sparito dalle riunioni e dalle attività scout.
non mi è mai piaciuto dare un colore politico alla morte di un ragazzo di vent’anni, perché a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età, preferisco ricordare il suo sorriso di quella sera di fine gennaio e l’amicizia che lo legava a marco, noncuranti entrambi di trovarsi a camminare sui lati opposti di quelle stupide barricate che li volevano uno rosso e l’altro nero.

macarone?

pare che siano sempre più numerosi i genitori che chiedano di escludere i propri figli dal programma
menù etnico istituito dal comune di roma nelle mense scolastiche della città.
menù che dovrebbe essere servito 1 volta al mese, non tutti i giorni!
ma in fondo è giusto, rimaniamo nel nostro piccolo piccolo mondo.