mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.

ieri, durante l’omelia, don fabrizio ha detto che se oggi, nel 2009, gesù venisse tra noi, anziché essere messo sulla croce, con molta probabilità se lo porterebbe via il 118.
perché lo prenderemmo per pazzo, per visionario, per uno fuori di testa.
il messaggio del vangelo fa paura, è sconvolgente: il più piccolo tra noi, quello più sporco, più povero, più derelitto, in realtà è il primo fra tutti.
cosa succederebbe – ci ha detto ieri – se prendessimo aldo – quello che sta là fuori, l’alcolizzato, avete presente chi? – e lo portassimo in vaticano dicendo “questo qui vale più di tutti quanti voi?”.

succederebbe che ci prenderebbero per matti e chiamerebbero, appunto, il 118.

perché scrivo questo, proprio oggi?
non lo so.

forse solo perché, ogni volta che ascolto le parole di don fabrizio, mi accorgo di quanto stia avanti rispetto a tanti sacerdoti che ho incontrato nella mia vita.
oppure, molto più semplicemente, perché ogni volta che lo ascolto, mi rendo conto di quanto sia difficile dirsi veramente credenti, o meglio, praticanti, in questo mondo.
o forse, perché oggi, che ci sono i funerali di stato dei sei paracadutisti morti in afghanistan, mi trovo a pensare quanto siamo assurdi noi esseri umani, che ci muoviamo come se sul tavolo ci fossero i carriarmati del risiko, lanciando bombe come se fossero dadi e piantando bandierine colorate sulle vite umane.

quello che non so

un’altra cosa che ho imparato è che non si può avere sempre la verità in tasca.
più cresco e più crescono i miei dubbi.
più divento adulta e più svaniscono molte delle mie certezze.
più credo di sapere e meno mi accorgo di conoscere.
più leggo e più aumentano le cose che non ho mai letto.
più mi ostino a voler catalogare tutto o bianco o nero e più mi accorgo che esistono milioni di sfumature di grigio.
più conosco e meno so.

sto leggendo compagno ferro grazie a un ring letterario e ho appena scoperto l’esistenza della risiera di san sabba a trieste, luogo del quale, pur avendo letto molti libri sulla shoah, ignoravo completamente l’esistenza.

ma sto leggendo anche, sempre grazie ad un ring su aNobii, la guerra dei sordi e mi trovo catapultata nel conflitto senza fine tra israeliani e palestinesi, del quale in realtà sappiamo tutto, ma anche niente.

sono luoghi non luoghi, dei quali parliamo senza sapere, pretendiamo di comprendere senza aver vissuto, di giudicare da lontano elevandoci a giudici, di conoscere senza aver mai visto.

e mi chiedo: siamo proprio così sicuri di avere la verità in tasca e di sapere sempre chi è vittima e chi è carnefice?
o forse è proprio vero, come dicevano i nostri saggi antenati, che in medio stat virtus?

e con la virtù, forse, in mezzo sta anche la verità.