Un cuore sacro.

Credo che non sia un caso, voglio pensare che non lo sia, se oggi, che festeggiamo San Francesco d’Assisi simbolo di pace fraternità e povertà, umile fra gli umili, sia anche giorno di lutto nazionale.
Che non sia un caso se oggi, in questo preciso momento della nostra storia, ci sia un Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco a dirci e a ricordarci che “è una vergogna”, che non possiamo continuare a dolerci e a indignarci per poi continuare la nostra vita di sempre o, peggio ancora, volgere lo sguardo.
Che sì il Governo, sì le Leggi, sì l’Europa, ma no, no… non esistono scuse, non ci sono dita dietro alle quali nasconderci, non ci sono attenuanti per le nostre coscienze, perché l’accoglienza, la tolleranza, l’impegno, la solidarietà, sono parole che possono diventare fatti concreti, nelle nostre vite, tutti i giorni, e le parole possono diventare gesti di umanità per i quali non è necessario essere cattolici o ebrei, credenti o atei, bianchi o neri, ma solo uomini.
Restiamo umani, allora, non solo a parole, nessuno ci chiede di svestirci di tutto, perché non ne saremmo capaci, perché basterebbe davvero molto molto di meno se tutti, anziché chiudere gli occhi, fossimo capaci di tendere una mano e ricordarci di avere un cuore.

 

Tra il sacro e il profano.

Leggo l’intervista integrale a Papa Francesco, e penso che questo Papa sia un dono, un grande dono, forse il dono più grande che Papa Benedetto XVI potesse farci, e che questo, anche questo, sia un segno di quella stessa grazia divina di cui il nuovo Papa parla nell’intervista.

Ascolto, mentre leggo, in sottofondo le parole di De Gregori,

«E la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno,
quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo.
Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia,
la solitudine e le valigie di un amore che vola via.
E cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo
e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo.»

che per uno strano gioco di piani emotivi che si sovrappongono l’uno all’altro, si mescolano nella mia testa a quelle dell’intervista,

«Sì, in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. Per me questa è una chiave importante. Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa
è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta,
che usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio,
come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare
spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili.
L’incertezza si ha in ogni vero discernimento che è aperto alla conferma della consolazione spirituale»
,

e mi dico di che sì, la vita è davvero un mistero, dove al dubbio e all’incertezza e alle lacrime, a volte, alcune volte, fanno da contraltare altre parole che aprono il cuore e illuminano il futuro, capaci di restituire la speranza e, perché no, anche di asciugare le lacrime.