Piccola Italia

Leggo la notizia ieri sera sul Corriere della Sera online, distrattamente.
Mi colpisce solo in relazione alle vittime, che all’inizio sembravano essere tantissime.
Oggi invece sento alla radio che in questa cittadina del Connecticut è presente una vasta comunità di italiani, provenienti da Melilli, Nord Sicilia.
Poi leggo quest’articolo e bastano queste poche righe* a commuovermi.
E penso a noi, qui in Italia, e ai nostri immigrati, e alla nostra insensibilità, e alla nostra mancanza di memoria.
E penso anche, che sono sicura che molte delle persone che si mostrano insofferenti verso le comunità marocchine, cingalesi, rumene, peruviane, molte di quelle persone, hanno almeno un parente lontano che ai primi del novecento è partito per l’Argentina, o per il Canada, o per gli Stati Uniti, affrontando ore in mare, dentro una nave, verso l’ignoto.
E penso anche, ma quando questa piccola Italia diventerà finalmente un paese di questo mondo?

*«Era buio e c’era la neve quando il treno arrivò a Middletown una sera di dicembre del 1901—si legge nelle memorie della diciassettenne Eleonora Gervasi — con le mie sorelle Lucia e Sebastiana avevamo lasciato Melilli tre settimane prima».

il furore del quarto stato

La foto è solo di qualche giorno fa, le parole che seguono, invece, sono state scritte oltre settant’anni fa, anche se sembrano di ieri.

“E la pioggia continuava implacabile, e l’acqua inondava le strade, perché le fogne risultavano incapaci di portarla via.
Allora dalle tende, dai cascinali affollati, uscivano, nei loro stracci, gruppi d’uomini gracili con le scarpe ridotte a viscida polpa; e guazzavano alla volta dei paesi, o dei negozi di campagna, per mendicare: mendicare cibo o sussidi. O per provare a rubare. E sotto questa suprema degradazione cominciò a fermentare il furore della disperazione. D’altra parte, nei piccoli paesi, anche la compassione che gli abitanti dapprima sentivano verso i nomadi fradici, prese a convertirsi in furore; e il furore contro gli affamati si convertì a sua volta in paura degli affamati. Allora gli sceriffi reclutarono nuovi agenti a frotte, e s’affrettarono a commissionare ingenti forniture di fucili, di gas lacrimogeni, di munizioni. E gli affamati s’accalcavano nei vicoletti dei retrobottega per mendicare un pezzo di pane o qualche avanzo di verdura, o all’occasione, per rubare.
Frenetici, i pezzenti venivano a bussare alle porte dei medici; ma il medico aveva sempre troppo da fare. E i pezzenti si riducevano a lasciar detto nelle botteghe di campagna di far venire il coroner col carro funebre. E il carro arrivava, s’accostava a marcia indietro nel fango, e si portava via i morti.
E la pioggia continuava incessante e i fiumi rompevano gli argini e dilagavano in campagna.
Rintanati negli umidi fienili o nei ripostigli annessi alle case coloniche, la fame e il terrore generarono finalmente il furore. E allora anche i ragazzi si decisero a uscire non per mendicare, ma per rubare, e gli uomini indeboliti li seguirono per cercar di rubare. E gli sceriffi reclutavano nuovi agenti e ordinavano nuovi fucili. E la gente che viveva comoda nelle case al riparo dalle intemperie dapprima sentì compassione e poi disgusto e finalmente odio contro i nomadi pezzenti.
Nei fienili inzuppati le donne ammalate di polmonite mettevano al mondo le loro creature, i vecchi si rannicchiavano negli angoli e lì si lasciavano morire, accartocciati su se stessi così che il coroner non era più in grado di distenderne le membra irrigidite. Di notte i frenetici pezzenti irrompevano apertamente nei pollai, e si portavano via i polli schiamazzanti. Se qualcuno li faceva segno a colpi di fucile non correvano via, non cercavano di nascondersi, ma continuavano a diguazzare con la stessa andatura di prima, e se colpiti si lasciavano stancamente cadere nel fango.

La pioggia cessò. Sui campi restò l’acqua, a riflettere il grigio del cielo, e tutta la terra era un murmure d’acqua corrente. E i pezzenti uscivano dai loro covi, dai fienili e dalle stalle e accoccolati contemplavano ala terra inondata, silenziosi, o parlando con una tragica calma.
Niente lavoro fino a primavera. Niente lavoro.
Niente lavoro…niente denaro, niente cibo.
Ma, dico io, chi ha una pariglia di cavalli, e se ne serve per arare, per coltivare, non si sognerebbe mai di metterli fuori dalle stalle e lasciarli morire di fame, quando manca il lavoro nei campi.
Ah, ma quelli sono cavalli…noi siamo uomini.
Le donne osservavano i mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte e osservavano. E se scoprivano l’ira sostituire la paura nei volti dei mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore.”

(Furore – John Steinbeck – 1939)