Ho udito cose che voi umani…

Io lo dico che si addormenta tutte le sere sul divano, e fin qui niente di strano.
(La rima è fortuita)
Quello che dico, e spesso sono costretta a raccontarlo solo a me stessa, è che vaneggia.
Ieri notte, poco prima dell’una, anziché lasciarlo a dormire abbracciato a Emma come tutte le notti, lo scuoto leggermente per dirgli di venire a letto.
(Non sono del tutto insensibile, a volte ho anche qualche moto di tenerezza, io)

Il dialogo che segue, condito di grugniti risatine e principi di… – come si chiama il verso che fa uno che russa? Ok, quello – è più o meno il seguente.
Anzi no, diciamo che al novanta percento è proprio il seguente, perché questa volta me lo sono scritto:

Io – Chicco, vieni a letto.
C – Cosa?
Io – Vieni  a  l e t t o.
(Faccio sempre così, scandisco la parola letto sperando che penetri più rapidamente possibile attraverso la corteccia cerebrale)
C – Guarda che ho capito, io  me lo ricordo…
(E sorride. Beh, almeno quello)
Io – Cosa?
(Maligna, perché già so che sta iniziando a dire cose a vanvera e mi diverto a sollecitarlo)
C – Questo che hai detto… che c’era un carabiniere…
Io – …?
(Emetto un suono simile a una risatina trattenuta)
C – È inutile che ridi, guarda che è una cosa vera…
Io – Ma cosa?
(Perfida)
C – Quando… come si dice?

Un momento di silenzio, e ricomincia a russare.
Però a questo punto lo acchiappo, lo scuoto di nuovo, riesco a farlo alzare e, continuando a chiedergli chi fosse quel carabiniere, lo indirizzo verso la stanza da letto.

Oi dialogoi.

È la seconda volta che torno dal ferramenta perché la chiave di casa (quella di riserva, quella che teniamo in casa per chiudere la porta a chiave la sera e riaprirla la mattina) non funziona, per dirla con un termine tecnico «s’intoppa».
O meglio, faceva un piccolo scattino che nulla di buono lasciava presagire.
Quindi, la settimana scorsa, del tutto intenzionata a prevenire l’eventualità di una chiusura ermetica a doppia mandata in casa, d’accordo per quanto pur sempre casa dolce casa ma con l’eventualità affatto piacevole di vederla trasformarsi in prigione, mi reco dal ferramenta.
Dopo la prima missione, di ritorno a casa, riprovo la chiave: adesso funziona perfettamente dall’esterno (ovvero quando non mi serve, stando la chiave sempre in casa) e non si muove «di pezza» (altro termine tecnico appreso dopo lunga frequentazione dai/con i ferramenta) dall’interno.
Oggi, dopo averla portata a spasso in borsa per una settimana circa, torno dal suddetto, che prende la chiave e ci armeggia sopra per qualche minuto, per poi decidere di appiopparla al ragazzo di bottega (l’uomo più tatuato che mi sia mai capitato di incrociare) per il lavoro di fino.
Finalmente, dopo qualche altro minuto, il tatuato mi riconsegna la chiave, e lui, il tecnico ferramentista titolare mi dice: «Allora, va bene?»
E io, «Speriamo». (e che ne posso sapere, penso, se va bene?)
Mi risponde, con un sorriso «Sinnò passa, si me vieni a trova’ me fa sempre piacere».