Ho udito cose che voi umani…

Io lo dico che si addormenta tutte le sere sul divano, e fin qui niente di strano.
(La rima è fortuita)
Quello che dico, e spesso sono costretta a raccontarlo solo a me stessa, è che vaneggia.
Ieri notte, poco prima dell’una, anziché lasciarlo a dormire abbracciato a Emma come tutte le notti, lo scuoto leggermente per dirgli di venire a letto.
(Non sono del tutto insensibile, a volte ho anche qualche moto di tenerezza, io)

Il dialogo che segue, condito di grugniti risatine e principi di… – come si chiama il verso che fa uno che russa? Ok, quello – è più o meno il seguente.
Anzi no, diciamo che al novanta percento è proprio il seguente, perché questa volta me lo sono scritto:

Io – Chicco, vieni a letto.
C – Cosa?
Io – Vieni  a  l e t t o.
(Faccio sempre così, scandisco la parola letto sperando che penetri più rapidamente possibile attraverso la corteccia cerebrale)
C – Guarda che ho capito, io  me lo ricordo…
(E sorride. Beh, almeno quello)
Io – Cosa?
(Maligna, perché già so che sta iniziando a dire cose a vanvera e mi diverto a sollecitarlo)
C – Questo che hai detto… che c’era un carabiniere…
Io – …?
(Emetto un suono simile a una risatina trattenuta)
C – È inutile che ridi, guarda che è una cosa vera…
Io – Ma cosa?
(Perfida)
C – Quando… come si dice?

Un momento di silenzio, e ricomincia a russare.
Però a questo punto lo acchiappo, lo scuoto di nuovo, riesco a farlo alzare e, continuando a chiedergli chi fosse quel carabiniere, lo indirizzo verso la stanza da letto.