Giorno della Memoria.

Citazione

La bella introduzione di Walter Veltroni a Sonderkommando Auschwitz di Shlomo Venezia.

«Ho un’immagine precisa di Shlomo Venezia: l’immagine di un uomo che racconta con fermezza, con precisione, l’inferno che ha visto e toccato, e così facendo restituisce a noi che possiamo soltanto immaginare quell’orrore, cosa ha voluto dire la vita in un campo di sterminio, l’essere considerato meno di un animale, l’essere sopravvissuto grazie al tremendo lavoro in un Sonderkommando di Auschwitz.

L’immagine che ho nella mia mente porta con sé, insieme, affetto e commozione, timore e ammirazione.

L’affetto che provo per lui, per la sua vicenda, per quello che egli ha vissuto e per la forza con la quale ha affrontato una simile prova.

La commozione per la forza umana e civile che Shlomo sa trasmettere ad ogni suo racconto.

Il timore per quanto bassa e orribile può essere la crudeltà dell’uomo sull’uomo.

E, infine, l’ammirazione profonda per la sua decisione di raccontare, per quell’atto stupendo e impagabile con il quale, come egli stesso confessa nelle pagine di questo bel lissimo libro, dopo esser risalito alla luce, dopo un silenzio durato anni, ha trovato il coraggio di parlare della propria esperienza, così come ormai da tempo fa in occasioni pubbliche, nelle scuole, con gli studenti che partecipano ai «Viaggi della memoria» organizzati dal Comune di Roma assieme alla Comunità Ebraica nei campi di sterminio.

Oggi, quando sto bene – scrive -, sento il bisogno di testimoniare, ma è difficile (…) Testimoniare nelle scuole mi procura molte soddisfazioni. Ricevo lettere commoventi da persone che sono state toccate da ciò che racconto. Mi dà conforto sapere che non parlo nel vuoto…

Ecco. Credo che con i suoi racconti, Shlomo vinca il buio e il pericolo che, per tutti gli uomini, questo vuoto rappresenta, trovando nella forza salvifica del ricordo, quel legame con la vita che gli ha permesso di superare tanto orrore e che può permettere a noi, oggi, di non ripetere una simile infamia.

È avvenuto – ha scritto Primo Levi -, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto… occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare degli incantatori, da quelli che dicono belle parole non sostenute da buone ragioni.

La forza del ricordo è una forza benefica e allo stesso tempo disperata.

Una forza che, nell’oceano di dolore che sono stati i Lager (e i Sonderkommandos in particolare), appare l’unica oasi di salvezza per la propria identità umiliata, torturata, negata.

Ma, oggi, per chi sceglie di raccontare, ricordare è anche una prova dura e dolorosa:

( ..) testimoniare rappresenta un enorme sacrificio – scrive Shlomo Venezia – riporta in vita una sofferenza lancinante che non mi lascia mai. Tutto va bene e, d’un tratto, mi sento disperato. Appena provo un po’ di gioia, qualche cosa si blocca dentro; la chiamo la «malattia dei sopravvissuti».

Proprio Primo Levi, con profondità e sensibilità, ha parlato ne I sommersi e i salvati di questa «malattia», ha parlato del diabolico meccanismo che la mostruosità del Lager mette in atto costringendo le vittime ad azioni che procurano loro un senso di colpa, quasi obbligandole ad assumere alcuni connotati dei carnefici.

È il meccanismo perverso che ha ideato i Sonderkommandos, le squadre speciali dove Shlomo era obbligato a lavorare come addetto al forno crematorio: l’esempio più crudele di come si possa distruggere l’umanità del prigioniero attraverso quei compiti orribili che egli descrive nel suo racconto.

Un modo per distruggere gli uomini, per renderli inaccettabili a se stessi, per tentare di trasferire su di loro l’abiezione dell’assassinio degli amici, degli indifesi, dei neonati. Di perdere definitivamente quel senso di innocenza che li distingueva dai carnefici.

Il racconto di Shlomo ci dimostra come, prima ancora di essere il campo della morte, il campo di sterminio sia stato il luogo di un esperimento atroce e orribile, in cui, al di là della vita e della morte, l’uomo si trasforma in non-uomo.

Ma, fortunatamente, ci dimostra anche che questo esperimento può fallire. Shlomo ha pagato un prezzo altissimo, fatto di orrore, di sangue, di dubbi e di interrogativi atroci. Qualcosa che nessuno di noi può minimamente avvicinare nella sua interezza, qualcosa che lacera indelebilmente quella «normalità» che è la condizione essenziale della nostra vita quotidiana: il senso del tempo che scorre, la pacatezza dell’aria o di un paesaggio, il sorriso di una persona, il fresco del vento.

Tutto, dopo un’esperienza come quella di Shlomo Venezia, è rigato, appannato. E ogni panorama, ogni campo, si trasforma sempre nel buio in cui è stato costretto a calarsi:

Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia. Qualunque cosa veda (..) Non ho più avuto una vita normale…

Eppure, Shlomo ha saputo uscire da questo incubo trasformando il suo dolore in una forza che ci trasmette affinché noi possiamo difendere quell’innocenza e quella normalità che gli sono state strappate. La trasmette a noi ogni volta che, come con questo libro, ripercorre il suo cammino tra i campi di sangue.

Leggendo il suo racconto, allora, sarà possibile sentire il coraggio civile di chi testimonia con una fermezza fatta, insieme, di tenerezza e di grande senso morale, di qua lità riassunte nel secco, stupendo incipit di questa sua lunga narrazione:

Mi chiamo Shlomo Venezia. Sono nato a Salonicco, in Grecia, il 29 dicembre 1923. La mia famiglia dovette abbandonare la Spagna al momento dell’espulsione degli ebrei nel XV secolo…

C’è un prima e un dopo in questo libro. Due confini precisi che si allargano alla storia di quello che siamo e siamo stati, e che un uomo, grazie a queste pagine, ci pone di fronte, affermando con precisione, con meravigliosa tenacia, il proprio essere, il proprio nome, la propria cultura, il proprio credo, tutto quanto egli ancora e più di prima oggi «è». Tutto quanto ha resistito e deve resistere affinché la sua speranza e quella di tutti noi possano continuare ad essere vive.»

[Walter Veltroni]

 

Liliana Segre: una testimonianza

19 – 27 Gennaio – Settimana della Memoria

Tre volte passai la selezione nell’anno che trascorsi ad Auschwitz. Non era la selezione della stazione. Erano delle selezioni annunciate, di cui noi sapevamo a che cosa andavamo incontro. Ecco che le Kapo’ ci chiudevano dentro le baracche e poi a gruppi ci portavano nella sala delle docce, tanto cara ai nostri assassini, e la’ tutte nude, in fila indiana, dovevamo attraversare la sala e uscire attraverso un’uscita obbligatoria, dove un piccolo tribunale di tre persone ci guardava, come le mucche al mercato, davanti, dietro, in bocca, se avevamo ancora i denti, se eravamo abili al lavoro e poi un piccolo gesto gelido che voleva dire “vai”. Io mi ricordo come attraversavo quella sala: il cuore mi batteva come un pazzo e io mi dicevo: “non voglio morire, non voglio morire…” e rimanevo li’, non avevo il coraggio di guardarli in faccia, mi atteggiavo ad indifferenza; mi ricordo la prima volta che passai la selezione che il medico (uno dei tre assassini era medico), mi fermo’ e con un dito mi tocco’ la pancia, dove due anni prima avevo fatto l’operazione dell’appendicite e dissi: “Adesso, perche’ ho la cicatrice sulla pancia, questo mi manda a morte”, e invece lui, tutto sorridente, mostrava ai suoi colleghi assassini la cicatrice, dicendo che questo medico italiano era una bestia, aveva fatto male la cicatrice. Questa ragazza la vedra’ sempre questa cicatrice, mentre io la faccio sottilissima e se anche una donna e’ nuda, questa cicatrice non si vede piu’. Poi mi fece un segno, con il quale mi indicava che io potevo andare avanti con la mia cicatrice sulla pancia, e io avevo fatto quei due passi che mi separavano dall’uscita, provando una felicita’ immensa; non mi importava niente di dove ero, di cosa mi era successo, dell’orrore di cui facevo parte, ero viva. Ma una volta fui vigliacca e orribile quando fermarono dietro di me, Janine, una ragazza francese che lavorava con me alla macchina in fabbrica; la macchina, qualche giorno prima, le aveva tranciato due dita. Durante la selezione, lei, che era nuda, aveva coperto la ferita con uno straccio, ma certamente l’assassino lo vide subito, e senza neanche fiatare fece segno alla scrivana (una prigioniera come noi), di prendere il numero. E io sentii dietro di me che fermarono Janine, che lavorava con me da diversi mesi, ma io non mi voltai; io fui spaventosa e Janine fu portata al gas per la sola colpa di essere nata ebrea. Janine era una ragazza francese, di 22-23 anni, voce dolce, occhi azzurri, capelli biondi. Io non mi voltai, non mi comportai come i prigionieri di San Vittore; ma non potevo piu’ sopportare distacchi, io ero viva.